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Cosa dobbiamo saper sul nucleare

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Cosa dobbiamo sapere sul nucleare
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Comitato nazionale vota SI per fermare il nucleare
Argomenti principali sul nucleare - pag 1 di 9

Argomenti per votare SI contro l’energia nucleare


Il nucleare ha un ruolo fondamentale e viene rilanciato in tutto il mondo. NON E’ VERO.

Non è così, né in termini relativi, né in termini assoluti. In termini relativi il peso del nucleare nel a produzione
globale di elettricità è sceso dal 17,2% del 1999 al 13,5% del 2008 (International Energy Agency, 2010).
In termini assoluti nel periodo si è avuta una lieve crescita del a produzione da 2.538 a 2.731 TWh (miliardi di kilowattora), che è
comunque una quantità inferiore a quel a del a produzione idroelettrica che nel 2008 ha raggiunto i 3.288 TWh.
Il nucleare – che produce solo bombe o elettricità copre circa il 2% degli usi finali di energia a livello
mondiale.
Nel e statistiche si riporta un valore maggiore del a quota di energia primaria totale coperta dal
nucleare (5,8%), ma si conteggia anche il calore di scarto che, nei nuovi impianti che si vogliono costruire, non
verrà recuperato ma scaricato nel ’ambiente.

Per mantenere costante la potenza instal ata attuale nel mondo – circa 370.000 MW – tenendo conto dei reattori che dovranno
essere fermati per raggiunti limiti d’età, bisognerebbe mettere in linea un reattore ogni mese e mezzo fino al 2015. Successivamente
dal 2015 al 2025, un reattore ogni 19 giorni, sostituendo i reattori di pari potenza.

Anche assumendo l’estensione di 20 anni del e licenze d’esercizio dei 54 reattori USA che ne hanno già fatto
richiesta, di quel i inglesi, olandesi, spagnoli e tedeschi, sarebbe necessario mettere in linea circa un nuovo
reattore al mese per mantenere costante la potenza installata
.

Infatti, gran parte dei reattori in funzione sono stati costruiti tra il 1975 e il 1985, e attorno al 2030 molti
dovranno essere chiusi per limiti d’età. Questo è evidentemente impossibile, e infatti negli USA si pensa già di
portare l’autorizzazione al funzionamento fino a 60 anni di tutti i reattori che erano stati progettati per 30-40
anni. Con qualche dubbio sul a sicurezza: come tutte le macchine anche i reattori nucleari, invecchiando,
sono più soggetti a guasti
.


L’agenzia del ’energia dei Paesi del ’OCSE, la IEA, propone uno scenario di raddoppio del nucleare al 2030. Quanto è realistico questo scenario?
Per raddoppiare al 2030 l’attuale potenza nucleare installata, e sostituire quel a esistente che andrà in pensione, si dovrebbero al acciare al a
rete circa 500 mila MW di nuovi impianti nucleari. Questo richiederebbe nel mondo l’allacciamento alla rete di un nuovo reattore da 1000 MW
ogni 15 giorni per 20 anni
. Supponendo invece di instal are impianti più grandi, per la metà EPR (1.600 MW) e per la metà AP-1000 (1.100 MW)
bisognerebbe costruire 370 impianti, dunque per i prossimi 20 anni nel mondo bisognerebbe allacciare alla rete un nuovo impianto ogni 20
giorni.
Una “mission impossible” e, in ogni caso, a questo raddoppio corrisponderebbe un dimezzamento del e riserve operative di Uranio fissile;
per queste ragioni l’industria nucleare in molti Paesi, per sopravvivere al a chiusura del settore, punta a prolungare ulteriormente la vita dei reattori.

Per questi motivi, e per l’affermarsi del risparmio energetico e del e fonti rinnovabili, non è difficile capire
perché alcuni autorevoli studi prevedano per i prossimi decenni un declino costante dell’energia
nucleare
.


L’energia nucleare è abbondante, serve all’Italia per la sua sicurezza energetica e dà
lavoro.
NON E’ VERO.
La propaganda filonucleare continua a ripetere che tra 50 anni le fonti fossili potrebbero non bastare. Che le
fonti fossili avranno un declino è certo, ma anche l’uranio è un elemento che si estrae da risorse limitate e
dunque anche l’Uranio tra 50 anni sarà in
declino.

Comitato nazionale vota SI per fermare il nucleare
Argomenti principali sul nucleare - pag 2 di 9


Nel a stragrande maggioranza dei reattori in funzione nel mondo, e anche per l’EPR il reattore del ’accordo Italia-Francia, si usa
l’Uranio-235, che rappresenta solo lo 0,7% (meno cioè del ’1%) del a miscela naturale dei vari tipi (“radionuclidi”) di Uranio presenti
nei minerali (carnotite, autunnite ecc.) da cui può essere estratto. Nel ’ultimo rapporto congiunto del a IAEA (Agenzia Internazionale
per l’Energia Atomica di Vienna) e del a NEA (Agenzia per l’energia atomica del ’OCSE), le due agenzie per il nucleare del e Nazioni
Unite e dell’OCSE, le riserve di Uranio fissile sono state rivalutate rispetto al e stime precedenti, attraverso una classificazione
più ottimistica di quel a del precedente studio ad hoc del a sola IAEA (che prevedeva riserve per 35 anni ai ritmi attuali di consumo),
a circa 80 anni al ritmo dei consumi attuali. Ma, se il parco di centrali nucleari raddoppiasse, come prevede per il 2030 il già citato
scenario del ’IEA, l’orizzonte di esauribilità del a risorsa scenderebbe a circa la metà. Ci sarebbero allora guerre per l’Uranio,
come già quelle per il petrolio.

Il nostro Paese non possiede significative riserve di Uranio e quindi sarebbe costretto ad importarlo
comunque da altri Paesi. Quindi se decidessimo di puntare sul nucleare per produrre l’energia elettrica
sostituiremo la dipendenza dai combustibili fossili con quel a dal ’Uranio, che, oltre a essere una risorsa assai
limitata, richiede una complessa filiera (che va dal ’estrazione al ’arricchimento del minerale) tutta in mano di
pochi Paesi, come la Francia. Quindi, oltre al a dipendenza energetica, col nucleare, aggiungeremmo una
dipendenza tecnologica. In sostanza per il “sistema Italia” il danno sarebbe doppio.

Inoltre la Francia, che genera circa il 78% della propria energia elettrica dal nucleare, ha un consumo procapite di petrolio più
alto di quello italiano e dunque una dipendenza dal petrolio maggiore, non inferiore
. Infine, man mano che si andranno
esaurendo i giacimenti migliori di Uranio – quel i con la più elevata percentuale di Uranio nel e rocce – si passerà a usare minerali
con un tasso inferiore di Uranio; dunque occorrerà estrarre quantità maggiori di rocce, cosa che produrrà un progressivo aumento
del e emissioni di CO2 (oltre che dei costi di estrazione).

In Italia il potenziale di riduzione dei consumi con misure di efficienza negli usi finali del ’elettricità è di oltre 100
TWh al 2020 e quel o di sviluppo aggiuntivo del e fonti rinnovabili di circa 100 TWh. Questa quantità è il
quadruplo di quella che possono produrre i 4 EPR previsti dal memorandum Enel-EDF.

L’impatto occupazionale del nucleare in Italia è valutato in 10 mila posti di lavoro, per la maggior parte
nel a fase di costruzione (8-10 anni).

Per centrare gli obiettivi europei obbligatori al 2020 per le fonti rinnovabili secondo uno studio del a Bocconi,
l’impatto occupazionale può generare in Italia fino a 250 mila posti di lavoro.
Secondo il Piano 2010-2020 sul ’efficienza energetica promosso da Confindustria, con le misure identificate
nel rapporto è possibile generare 160 mila posti di lavoro ogni anno per 10 anni, per un totale di 1 milione e
seicentomila. E si taglierebbero i consumi energetici nel periodo per oltre 50 milioni di tonnel ate di petrolio.



Comitato nazionale vota SI per fermare il nucleare
Argomenti principali sul nucleare - pag 3 di 9

L’energia nucleare costa meno.
E’ FALSO: CON I NUOVI IMPIANTI I COSTI AUMENTERANNO.

Che si debba tornare al nucleare per ridurre i costi è un mito, che rappresenta il migliore risultato del a
propaganda nucleare.

La quota principale (80%) del costo del ’elettricità da nucleare è rappresentata dal costo del ’impianto, dunque sapere quanto costa
una nuova centrale è fondamentale. Al a fine del 2010 il Dipartimento USA per l’energia ha rivisto le precedenti stime dei costi per la
costruzione del e nuove centrali nucleari (come quel e per le altre tecnologie). Se già prima di questa revisione l’elettricità da
nucleare da nuovi impianti costava più del ’eolico e del e altre fonti fossili, l’aggiornamento delle stime rende il costo industriale
dell’elettricità da nucleare ancora più
costoso.

Costi attuali dell'elettricità da varie fonti al 2020 (nuovi impianti)


centesimi di dollaro del 2008 per kWh



Revisione stime del ’Energy Information Administration- US DOE (2010)


Fonti
Capitale
O&M
Combustibile
Trasmiss.
Totale
Gas CC
2,16
0,16
5,37
0,36
8,05
Eolico
9,87
0,89
0,00
0,56
11,32
Carbone
9,64
0,53
1,96
0,36
12,49
Nucleare
11,91
1,17
0,99
0,30
14,37
Capitale: costi di costruzione; O&M: costi di funzionamento e manutenzione; Trasmiss.: quota costi incrementali di trasmissione al a rete. Il costo
del kWh da gas rispecchia un minore costo di questa fonte negli USA, ma non considera l’effetto sul mercato del o “shale gas” (estrazione di gas da
rocce di scisti)

Dunque, secondo le ultime stime del Dipartimento USA per l’energia, il costo industriale del kilowattora da
nucleare costerà al 2020 il 27 per cento in più dell’eolico,
e il 75% in più del gas. Ad ogni modo, in tutti gli
studi più autorevoli sui costi futuri del ’elettricità, come ad esempio l’aggiornamento del o studio del MIT di
Boston, quel a da nucleare risulta la più costosa rispetto al e fonti convenzionali.

E anche per l’agenzia di rating Moody’s il costo del nucleare supera quel o del ’eolico. Se al a tabel a qui presentata imponessimo
una tariffa al e emissioni di CO2 di 30 dol ari al a tonnel ata, il costo del kWh da gas aumenta di 1 centesimo e va a 9,05
centesimi/kWh mentre quel o da carbone aumenterebbe di 2 e supera di poco il kWh da nucleare.
Negli Stati Uniti l’ultimo reattore costruito è stato ordinato nel 1974
. Per stimolare investimenti privati nel settore nucleare – che
rischia in quel Paese un declino in assenza di nuovi reattori che sostituiscano quel i che dovranno essere chiusi – il Presidente Bush
aveva introdotto incentivi, tra cui fondi di garanzia statali per le banche (se il progetto fal isce il prestito del e banche è rimborsato
dal o stato). Nessuna banca USA, infatti, presta soldi per la costruzione di centrali nucleari senza una piena garanzia del o stato. Tra
le domande presentate per accedere ai fondi di garanzia, una riguardava la costruzione di un EPR, lo stesso reattore che si vuole
costruire in Italia e che, secondo Enel-EDF costa 4,5 miliardi di euro. Il DOE aveva proposto al ’azienda USA Constel ation di coprire
i rischi bancari con una quota di 7,5 miliardi di dol ari su un costo totale preventivato del reattore di 9,6 miliardi di dol ari, vale a dire
circa 7 miliardi di euro.
Questa non è una valutazione accademica, ma il costo accettato dall’amministrazione USA per erogare fondi di garanzia per
la costruzione di un EPR.
Ad ogni modo, l’azienda Constel ation – socia di EDF nel consorzio Unistar - ha rifiutato il fondo di
garanzia e ha cancellato il progetto per la costruzione del primo EPR negli USA. Questa notizia, pubblicata dal Washington
Post l’8 ottobre del 2010, è stata ignorata dalla gran parte degli organi di informazione in Italia.
La stima del costo non poi è campata in aria: rispecchia i ritardi e i problemi emersi nel a fase di costruzione nei due cantieri europei,
uno in Finlandia a Olkiluoto - gestito dal costruttore francese Areva - e l’altro in Francia a Flamanvil e (Enel partecipa col 12%)
indicano che i costi dell’EPR sono ben maggiori di quanto propagandato. In Finlandia lo schema contrattuale coinvolgeva un
consorzio di grandi consumatori industriali (ELFI), associati come no-profit per ragioni fiscali, che avrebbero acquistato energia
elettrica a prezzi di costo. E’ dunque uno schema che prevede una cessione del ’elettricità “fuori dal mercato”.
Al a firma del contratto il costo del reattore era previsto in 3,2 miliardi di euro (con prestiti bancari “politici” con interessi al 2,6%) e la
costruzione in 4 anni. Ma i tempi e i costi sono nel frattempo raddoppiati. Per questa ragione l’azienda elettrica finlandese TVO (che
acquista il reattore) nel 2009 ha fatto causa ad Areva accusata dei ritardi del cantiere a Olkiluoto (e dei conseguenti maggior costi)
chiedendo un risarcimento di 2,4 miliardi di euro; Areva, a sua volta, faceva causa alla TVO cui imputa le responsabilità dei
ritardi, chiedendo danni per 1 miliardo di euro



Comitato nazionale vota SI per fermare il nucleare
Argomenti principali sul nucleare - pag 4 di 9

In definitiva, si può affermare che gli elevati investimenti richiesti per un piano nucleare richiedono le garanzie
del governo sia per le variazioni di costo in corso d’opera (o per il fal imento del progetto) che per gli oneri
finanziari sui crediti aperti dal e banche al e società costruttrici; e questi costi vengono scaricati sul e bol ette
dei cittadini. Senza intervento pubblico, senza incentivi – a oltre 50 anni dal suo decollo industriale –
non c’è spazio per il nucleare.
Poiché il costo di un EPR è, a oggi, di circa 7 miliardi di euro, i quattro
reattori del ’accordo Berlusconi – Sarkozy costerebbero circa 30 miliardi di euro; e questo per coprire un
dieci per cento (ma quale 25% di cui parla il governo!) del a richiesta di elettricità prevista per il 2020. Ma
neanche il più accanito nuclearista crede poi che questo modesto ma costosissimo contributo sarebbe
disponibile prima del 2022-24.

La mole degli investimenti richiesti, il complesso di risorse da mobilitare (industriali, organizzative,
amministrative) rendono la scelta nucleare incompatibile con il conseguimento degli obiettivi europei – i
tre 20% al 2020 – al di là delle chiacchiere della propaganda.
E infatti il governo ha tentato più volte, finora
invano, di abolire la detrazione del 55% per la riqualificazione energetica del e abitazioni private, e ha spento
le fonti rinnovabili col decreto del 3 marzo scorso. Intanto Enel vende il suo comparto energie rinnovabili per
fare cassa per il nucleare.


L’energia elettrica è in Italia più cara perché non abbiamo fatto il nucleare?
Balle!

Se in Italia l’energia elettrica per le utenze domestiche costa più che negli altri paesi non è certo per
l’assenza d’impianti nucleari
(costruiti negli anni 70 e 80 a costi minori di quel i di oggi) ma piuttosto per vari
aspetti ed extracosti caratteristici del sistema elettrico italiano.

Sul a tariffa che paghiamo nel e nostre case, circa un terzo è il costo di produzione, mentre la maggior parte è fatta da altre
componenti legate al ricarico dei produttori, ai costi di distribuzione, al e tasse eccetera.
Uno dei fattori che incidono è il meccanismo di formazione del prezzo del ’elettricità nel a Borsa elettrica, detto anche “sistema del
prezzo marginale”. Secondo tale sistema il prezzo orario dell’energia elettrica scambiata è fissato sul prezzo più alto offerto
dai produttori
. In sostanza con questo meccanismo a tutti i fornitori di energia elettrica è riconosciuto il prezzo più alto tra tutte le
offerte fatte in una certa ora. Come dire un meccanismo dove tutti i produttori ci guadagnano a scapito dei cittadini che si
vedono lievitare le bollette
.
In Italia, infatti, i margini di guadagno per i produttori sono quasi doppi rispetto a quelli degli altri paesi europei.
A gonfiare poi le nostre bol ette ci sono anche le incentivazioni del famigerato meccanismo CIP 6 (dal nome del a deliberazione del
Comitato Interministeriale Prezzi del 1992) con cui non solo le energie rinnovabili ma, soprattutto, le così dette “fonti assimilate”
(scarti del a lavorazione del petrolio, rifiuti indifferenziati, ecc.) hanno beneficiato di tariffe fortemente incentivanti pagate dai cittadini
tramite la componente tariffaria A3 del a bol etta elettrica. L’aspetto scandaloso è che circa l’80% degli incentivi CIP 6 sono stati
destinati alle cosiddette “assimilate” che tutto sono tranne che fonti rinnovabili e pulite
. Un vero regalo a petrolieri e
inceneritori.
A queste si possono aggiungere altre “peculiarità” italiane: la rendita di posizione dell’operatore dominante (Enel) per la
cessione al ’Acquirente Unico dei contratti pluriennali d’importazione (ovviamente fatta a prezzi molto vantaggiosi per l’Enel) oppure
il costo d’interrompibilità (la possibilità per certe utenze industriali di subire l’interruzione del servizio in cambio di tariffe scontate)
che, di fatto, consente a soggetti industriali di beneficiare di tariffe elettriche particolarmente vantaggiose.

Tutto l’insieme di distorsioni che caratterizzano il sistema elettrico italiano, che, come abbiamo visto, non
c’entrano nul a con il nucleare, fanno si che le bollette pagate dai cittadini lievitino di almeno un 20%,
senza cui sarebbero equiparabili a quel e degli altri paesi europei.


Le centrali di ultima generazione sono totalmente sicure.
ASSOLUTAMENTE NO!

I nuovi reattori di generazione “III+” o “avanzata” – l’EPR francese o l’AP-1000 del a Westinghouse –
dovrebbero reggere l’impatto con un aereo senza subire danni gravi. Già nel 2006 in Francia era emerso da

Comitato nazionale vota SI per fermare il nucleare
Argomenti principali sul nucleare - pag 5 di 9

documenti riservati di fonte EDF che l’EPR può reggere a un incidente aereo con un velivolo militare di piccole
dimensioni (che produca un incendio che si esaurisca in 2 minuti). Di fronte a questa notizia EDF aveva
dichiarato che la protezione dal terrorismo è compito del o stato e non del e aziende. I nuovi grandi aerei di
linea sono invece di dimensioni assai
maggiori e possono avere al a partenza anche 100 tonnel ate di
carburante (in caso d’impatto col reattore, provocherebbero un incendio che non si esaurisce certamente in 2
minuti).

Al a fine del 2010 la Nuclear Regulatory Commission (NRC, l’Autorità di sicurezza nucleare USA) ha respinto
lo studio sui rischi da impatto con un aereo presentato dal a Westinghouse nel a procedura di autorizzazione
del suo reattore AP-1000. La motivazione del rigetto del o studio – che andrà ripresentato – è che lo scenario
del ’incidente non è realistico.

Inoltre, sia l’EPR che l’AP-1000 prevedono di “bruciare” di più il combustibile nucleare, con un aumento del a
radioattività del e scorie. Dunque, in caso di incidente grave con rilascio di emissioni al ’esterno, potremmo
avere rilasci maggiori di radioattività avendo questi reattori quantità maggiori di radioattività al loro interno. Nel
caso del ’EPR, questo è ancora più evidente, trattandosi del a più grande unità nucleare mai costruita (1.600
MW).

Gli EPR in costruzione nel mondo sono solo tre, due in Europa (Finlandia, Francia) e uno in Cina. Sono
quindi, a proposito di sicurezza, dei prototipi industriali, la cui realizzazione viene pertanto seguita con
doverosa attenzione dagli enti preposti al a sicurezza nucleare. La NRC 6, negli Stati Uniti, non ha licenziato
nessuno dei due tipi di centrale (EPR, AP-1000). E tre agenzie europee per la sicurezza nucleare, la
britannica HSE’sND, la finlandese STUK e la stessa agenzia francese ASN hanno clamorosamente bocciato
con un comunicato congiunto (novembre 2009) l’EPR di Areva (rilevando che il sistema che, secondo il
progetto, deve garantire in modo autonomo l’emergenza non è invece disaccoppiato da quel o d’esercizio
ordinario).

Gli interventi del ’agenzia di sicurezza stanno causando ritardi enormi per il reattore di Olkiluoto (Finlandia), il primo dei due che
doveva entrare in esercizio al a fine 2010. Anche negli USA la NRC ha chiesto la modifica dei sistemi di automazione e control o
d’emergenza del ’EPR, problema che ad oggi (marzo 2011) non è ancora stato risolto e che è una del e questioni ancora aperte per
le quali i tempi di autorizzazione del ’EPR sono stati ulteriormente ritardati.
Ad ogni modo, nessuno dei due tipi di reattore, EPR e AP-1000, è stato progettato secondo criteri di sicurezza intrinseca,
cioè la previsione che il reattore sia in grado di “autoregolarsi” (senza l’intervento di un operatore umano o di un feedback
elettronico) anche in caso di incidente.

Nati negli anni ‘50 da progetti militari – i motori per le navi da guerra e i sottomarini atomici – tutti i reattori
nucleari oggi diffusi nel mondo non potevano certo avere come priorità la sicurezza o la gestione del e scorie
radioattive. Gli indubbi miglioramenti apportati hanno richiesto molto tempo (30 anni dal ’incidente di Three
Mile Island ad Harrisburg, Usa) e sono puramente ingegneristici, non toccano la Fisica del reattore. Pertanto
tutti i problemi di sicurezza restano sostanzialmente invariati anche con la terza generazione
“avanzata”.

Si capisce al ora la critica di Rubbia: I miglioramenti sono marginali, non vanno a intaccare il cuore del
problema.. stiamo parlando di una tecnologia che risale agli anni ’60, ai tempi dei primi sottomarini
nucleari. Ma veramente vogliamo tenerla in vita fino al 2050, quando avrà quasi un secolo di storia
sulle spalle?



Il nucleare è una fonte pulita che di norma non produce impatti.
Decisamente falso.
Al di là del rischio di incidenti gravi, i reattori nucleari rilasciano radioattività in aria e in acqua, nel corso del
normale funzionamento e a causa di incidenti piccoli che sono abbastanza frequenti. Sul e “emissioni di

Comitato nazionale vota SI per fermare il nucleare
Argomenti principali sul nucleare - pag 6 di 9

routine” e sui rischi sanitari del e basse dosi di radiazioni impartite al a popolazione esposte per lungo tempo vi
è una polemica da decenni.

Il nucleare non è pulito. La contaminazione radioattiva riguarda tutto il ciclo del “combustibile” nucleare: dal ’estrazione in miniera
del ’uranio, al a lavorazione per preparare le pasticche (“yel ow cakes”) da impilare nel e barre che vanno inserite nel “cuore” del
reattore, ai rilasci radioattivi durante il funzionamento del a centrale, al ritrattamento del combustibile “irraggiato” nel reattore (in
appositi impianti dove la contaminazione è elevatissima), al condizionamento del e scorie radioattive, al loro confinamento e, infine,
al o smantel amento del a centrale (“decommissioning”) che produce il maggior volume di scorie.

Limitandoci al a centrale nucleare – la fase più importante del ciclo –, durante il suo normale esercizio
vengono contaminati non solo i lavoratori al suo interno ma anche le popolazioni che vivono intorno al a
centrale, in quanto sono consentiti dei rilasci di radioattività all’esterno dell’impianto.

Questa contaminazione è quindi responsabile del e dosi di radioattività a carico dei lavoratori, professionalmente esposti nel a
centrale, e del e popolazioni intorno al a centrale; per i lavoratori è ammessa una dose venti volte superiore (20 mil iSievert) a quel a
del a popolazione (1 mil iSievert).
L’ICRP, l’organo tecnico internazionale di radioprotezione, ha riconfermato nel suo ultimo documento che i valori limite di dose, sia
per gli addetti al a centrale che per la popolazione, con una stima di rischio per danni somatici (tumori, leucemie) e genetici che
corrisponde non al minimo possibile ma a quel livello di rischio al di sotto del quale i costi per la difesa della salute
renderebbero inattuabile il ricorso all’energia nucleare.

In Germania è stata realizzata un’indagine epidemiologica, statisticamente rigorosa, per valutare i danni al a
salute del a popolazione. Commissionata al ’Università di Mainz (Magonza) dal ’Ufficio Federale tedesco per la
radioprotezione (Kikk Study), che ha riguardato tutte le 17 centrali nucleari tedesche relativamente al periodo
1980 – 2003.

Questa accurata indagine, la più ampia mai condotta sul campo, conclusa nel 2008, e successivamente
approvata dal governo tedesco, ha mostrato una dipendenza dell’insorgenza di patologie infantili (bambini
da 0 a 5 anni) dalla vicinanza alla centrale: addirittura, nel raggio di 5 km dal a centrale è stato rilevato un
incremento rispetto al a media di 1,6 volte dei tumori embriogenetici (del feto nel ventre materno) e di 2,2 volte
del e leucemie infantili rispetto ai casi attesi.

Con buona pace del prof. Veronesi, presidente del ’agenzia italiana per la sicurezza nucleare, che, ignaro del
lavoro ultradecennale del ’ICRP e del Kikk study, continua a dichiarare a proposito dei danni al a salute: «E’
un’invenzione assoluta. Non esce nul a. Meglio, esce del ’acqua, che può avere minime quantità di radiazioni,
ma molto inferiori anche rispetto al livel o di legge. Non crea problemi».
E dovrebbe essere il “garante” dei
cittadini per la sicurezza nucleare. Da rabbrividire.


Siamo già circondati da reattori, allora tanto vale farne anche da noi.
Una l
ogica “atomica”.

E al ora, tanto peggio tanto meglio? L’osservazione finge poi di ignorare – la formulò per primo Felice Ippolito
oltre trent’anni fa – che il rischio in caso di incidente nucleare è puntuale, cioè è tanto maggiore quanto
più vicini si è alla sorgente di radiazioni: questa semplice osservazione è alla base di uno dei principi
della radioprotezione.
Anche nei piani d’emergenza nucleare, la pericolosità e le misure conseguenti si
vanno riducendo man mano che ci si al ontana dal reattore. Nel caso di incidente grave è possibile che la
contaminazione viaggi molto lontano e poi ricada con le piogge; l’Italia nel caso di Cernobyl è stata
parzialmente schermata dal e Alpi (alcune zone del e quali sono state contaminate dal a nube) ma i livel i di
contaminazione riscontrati da noi sono di gran lunga inferiori a quel i registrati in Bielorussia, Ucraina, Austria
ed Europa centrorientale.



Comitato nazionale vota SI per fermare il nucleare
Argomenti principali sul nucleare - pag 7 di 9

Secondo i dati ufficiali a Cernobyl, in fondo, non è successo niente di grave.
Un’offesa alle vittime, anche quelle che purtroppo ancora ci saranno.

Alcuni riescono perfino a dire che i soli morti “dimostrabili” sono le poche decine di “liquidatori”, quei pompieri,
soldati e personale tecnico che fu coinvolto nel o spegnimento del ’incendio. Ma si tratta di una affermazione
intel ettualmente disonesta: le radiazioni ionizzanti produrranno certamente del e conseguenze sanitarie, ma le
stime divergono. Le stime (ufficiali) del ’IAEA sono di 4.000 casi di tumore. L’OMS aveva fatto una stima di
oltre 9.000 casi di tumore in 70 anni, mentre altre stime oscil ano tra i 30-60.000 casi fatali di tumore ma altri
studi portano a valori molto più alti.

Ad esempio, un ampio studio di una cinquantina di ricercatori del e Accademie del e Scienze di Bielorussia e
Ucraina stima 250 mila casi fatali di tumore nell’arco dei 70 anni dall’incidente, cui vanno aggiunti quel i di
altre patologie che porterebbe il conto fino a circa un milione. Lo studio finale è stato pubblicato dal a
Accademia del e Scienze di New York nel 2009.

Lo studio TORCH, elaborato dai ricercatori inglesi Ian Fairle e David Sumner, ha valutato i tassi di
malformazione nei nuovi nati tra il 2000 e 2006 in alcune aree contaminate da Cernobyl. A Rivne, 200 km
da Cernobyl si è riscontrato un tasso di difetti del tubo neurale di 22 su 10 mila nati e a Polissia di 27 contro
una media europea di 9 casi su 10 mila nati. Anche per altre malformazioni come la microcefalia e la
microftalmia, sono stati riscontrati tassi del triplo rispetto al a media europea.

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite (UNSCEAR 2008) ancora una volta minimizza i danni
dall’incidente, ciò nonostante
sottolinea come si siano verificati 6.800 tumori alla tiroide nei bambini del e
aree più colpite. Uno degli autori del rapporto, il radiologo Fred Mettler del ’Università del New Mexico, ha
affermato che “La domanda che ci fanno è: quale percentuale di questi è dovuta al ’incidente? La risposta è: la
maggior parte”.

La costruzione del secondo sarcofago per coprire il reattore numero 4 colpito dal ’incidente, prosegue con
molti ritardi. Funzionari del a Commissione Europea hanno valutato in 750 milioni di euro il costo per costruire
una copertura più sofisticata sopra il sarcofago che rischia di crol are. In questo modo i costi totali per
coprire il reattore saliranno a 1,5 miliardi di euro
, il doppio del previsto.


La questione delle scorie nucleari è risolta.
Magari!

Negli Stati Uniti è dagli anni ’70 che si sta studiando un deposito definitivo per le scorie radioattive a più alta
intensità. Nel 1978 furono avviati gli studi nel sito di Yucca Mountain, nel deserto del Nevada. I costi di
costruzione di questo sito supereranno i 54 miliardi di dol ari (che dovranno essere pagati con le tasse dei
contribuenti), ma non è affatto certo che questo entrerà mai in funzione.

La data d’inizio del o stoccaggio, infatti, è stata più volte fatta slittare (oggi si parla forse del 2017), questo a
causa di numerosi problemi, non ultimo il fatto che il DOE statunitense ha denunziato omissioni e irregolarità
negli studi geologici che minano la sicurezza stessa del sito. Peraltro proprio a marzo 2010 l’amministrazione
Obama ha tagliato ingenti fondi a questo progetto, dando un forte segnale di non ritenerlo idoneo come
deposito geologico per le scorie.

Ma anche se il deposito di Yucca Mountain dovesse, un giorno, entrare in servizio, potrà contenere circa
70.000 tonnel ate di rifiuti radioattivi, peccato che nel 2017 gli Stati Uniti avranno accumulato 85.000 tonnel ate
di combustibile esausto dal e loro centrali nucleari.


Comitato nazionale vota SI per fermare il nucleare
Argomenti principali sul nucleare - pag 8 di 9

Agli attuali ritmi di produzione mondiale di elettricità nucleare e armamenti nucleari, il mondo avrebbe
bisogno di un deposito con capacità di Yucca Mountain ogni due anni.

Oltre al e scorie che si producono a val e del reattore nucleare ci sono quel e che vengono generate dal a
produzione del combustibile. Per produrre le 160 tonnel ate di Uranio necessarie a un reattore standard per un
anno, se si parte da rocce di granito ricche di Uranio (1000 parti per milione) è necessario lavorare 160 mila
tonnel ate di roccia che finisce come rifiuto essendo, oltre che radioattivo, fortemente contaminato dal e
sostanze chimiche impiegate. Si tratta quindi di materiali inquinati e inquinanti che spesso vengono
abbandonati sul posto con gravissimi danni per l’ambiente e la salute del e persone stesse. Un caso recente è
stato denunciato in Niger, dove gli scarti del ’estrazione di Uranio contaminavano i vil aggi esponendo le
popolazioni a dosi di radiazione.

I pur modesti programmi nucleari che l’Italia aveva sviluppato nel passato e che furono chiusi con il
referendum del 1987, ci hanno lasciato la pesante eredità del o smantel amento del e centrali e del a gestione
del e scorie. Aspetti che sono assai lontani da qualsiasi vera soluzione malgrado l’elevato costo che i cittadini
italiani hanno già dovuto sostenere con le proprie bol ette elettriche.

Nel Regno Unito i costi per smantel are i reattori di prima generazione e per bonificare il sito nucleare di
Sel afield – impianto di ritrattamento del combustibile irraggiato da cui si estrae plutonio – sono stati stimati
in 90 miliardi di euro
. Il piano approvato dal governo prevede di effettuare i lavori nel corso dei prossimi
120 anni
.

La questione del e scorie radioattive più pericolose e di tempo di dimezzamento (il tempo che occorre per
ridurre del a metà la radioattività di un elemento) enorme (dal e migliaia ai milioni di anni) costituisce ancora
un problema di ricerca fondamentale
. La “vetrificazione”, spesso contrabbandata come soluzione del
problema, è soltanto una fase di condizionamento di queste scorie, resta aperto il problema del loro
confinamento in siti geologici adeguati; ma dopo il venir meno, con la chiusura del sito sperimentale di
Carlsbad (WIPP, nel New Mexico, Usa), del e certezze sul a capacità di isolamento dal ’acqua del e rocce
saline, sia negli Stati Uniti che in Francia si è al a ricerca per sperimentare nuove soluzioni. D’altro canto, i
megaprogetti di ricerca fondamentale per “incenerire” le scorie “bombardandole” con acceleratori di particel e
(ADS), tipo quel o del CERN di Ginevra, o con laser, in modo da ridurre i tempi di dimezzamento dei
radionuclidi a una gestione possibile, incontrano grandi difficoltà a decol are a causa degli elevati costi previsti.

Solo nel a “provincia” italiana il prof. Veronesi si può permettere di affermarendo che lui dormirebbe con le scorie in camera da
letto.
Come Presidente del ’Agenzia del a sicurezza nucleare, il prof. Veronesi andrebbe denunciato per falso ideologico. Infatti, a
seconda del tipo di contenitore, la radioattività delle scorie vetrificate a un metro di distanza è di 40, 100 o 200 microSievert al ’ora
(World Nuclear Transport Institute, luglio 2006). Supponendo che il professor Veronesi dorma 6 ore a notte riceverebbe una dose
di radioattività che, grosso modo, è da 80 a 430 volte superiore a quella consentita
. Quali conseguenze? Se, per assurdo, tutti
i cittadini italiani seguissero l’esempio di Veronesi riceverebbero una dose col ettiva di oltre 5 milioni di Sievert, cui corrisponde un
aumento di 250 mila casi mortali di tumore all’anno (piu di 2 volte l’atteso!)
.L’Autorità di sicurezza nucleare dovrebbe garantire
la salute e la sicurezza dei cittadini e non promuovere propagandisticamente il nucleare usando argomenti irresponsabilmente falsi,
oltre che ridicoli..


Comitato nazionale vota SI per fermare il nucleare
Argomenti principali sul nucleare - pag 9 di 9

Il nucleare serve a combattere i cambiamenti climatici?
Assai poco e fuori tempo massimo.

Il nucleare copre, come si è detto, una quota minima degli usi finali del ’energia a livel o globale.
Anche raddoppiando entro il 2030, secondo lo scenario del ’Agenzia internazionale per l’energia del ’OCSE
(IEA), la potenza nucleare attualmente instal ata, si ridurrebbero le emissioni di CO2 di meno del 5% (non
contando la CO2 prodotta per tutto il ciclo), e non certo del 20% entro il 2020, l’obiettivo confermato dal a
sedicesima Conferenza del e Parti del a Convenzione sui Cambiamenti Climatici a Cancun nel dicembre 2010.
Non è davvero col nucleare che si può dare una risposta al ’urgenza con cui, già nel 2005, le Accademie del e
Scienze richiedevano al G8 di Gleneagles una “prompt action” per far fronte ai cambiamenti climatici *.
*Joint science academies’ statement: Global response to climate change, 7 giugno 2005



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