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IL RECUPERO E LA RICOSTRUZIONE

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IL RECUPERO E LA RICOSTRUZIONE DELL’EX-SEGHERIA PIANETTI IN OLMO AL BREMBO (provincia di Bergamo): un esempio di riqualificazione e progettazione integrata rispettosa delle testimonianze murarie tratto dalla relazione tecnica del 2007 redatta per il progetto realizzato tra il 2003 e il 2007
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IL RECUPERO E LA RICOSTRUZIONE
DELL’EX-SEGHERIA PIANETTI IN OLMO AL BREMBO (provincia di Bergamo):
un esempio di riqualificazione e progettazione integrata
rispettosa delle testimonianze murarie



Analisi stato di fatto
Costruito sull’argine del fiume Brembo, alle soglie del nucleo antico del Comune di Olmo al
Brembo e della Via Priula, l’edificio denominato ex Segheria Pianetti fin dalle sue origini ha
legato alla presenza dell’acqua lo svolgersi di attività che ne hanno caratterizzato la storia.
Inizialmente mulino per la macinazione del grano (allora coltivato nelle aree montane) ricavava
la forza motrice per la movimentazione delle ruote di legno estraendo l’acqua dal fiume tramite
un condotto il cui blocco è a tutt’oggi esistente.



Planimetria orografica, del comune di Olmo.
Planimetria del catasto veneto, 1849


Tra il 1853 e il 1875 parte dell’attività del mulino venne dismessa a favore dell’introduzione di
una segheria che ugualmente giovava dell’impianto esistente nonché dell’ampia area esterna
per l’accatastamento del legname. Il fiume, inutile dirlo, rappresentava “la strada” per il trasporto
dei tronchi d’albero.

Questa attività redditizia si protrasse sino agli anni settanta del ‘900 e rappresentò per più d’uno
degli abitanti del luogo motivo di sussistenza.
Unitamente alla segheria e in sostituzione di ciò che restava della produzione delle farine, nel
1904 venne introdotto l’impianto idroelettrico che consentì a Olmo al Brembo di essere il primo
Comune dell’alta Valle Brembana a dotarsi di pubblica illuminazione.
L’impianto idroelettrico con le sue turbine, inserite in una struttura in cemento Portland (così
come la nuova diga tutt’ora esistente e costruita in sostituzione di quella di legno distrutta da una
piena del fiume) sostituì solo parzialmente il “vecchio nucleo” dei motori del mulino; questo
perché il canale di adduzione dell’acqua rimase inalterato e vincolò la collaborazione della
turbina medesima. Il nocciolo di detto impianto, dunque, permane oggi accanto a quello degli
antichi mulini.

Dell’edificio vero e proprio, così come lo si può vedere nelle fotografie storiche, rimaneva la
porzione posta alle spalle del nucleo del suddetto impianto (rimasto a “cielo aperto”).
Il prospetto sud/ovest preservava ancora le originarie aperture (porta e finestre ingentilite da
contorni in pietra) che scandiscono i 3 livelli in altezza leggibili solo da questo fronte. La porta al

1

piano più basso conduce al locale di ispezione delle ruote dei mulini e delle turbine, rimaste tutto
sommato in buone condizioni.
Nei muri in pietrame misto e intonaco a base di calce permangono tracce delle tasche per
immorsatura dei solai in legno. Di legno era pure la struttura del tetto a doppia falda con
copertura in ardesia come da tradizione del luogo.
Sparsi tutt’attorno nell’area di pertinenza dell’edificio, giacevano parte degli strumenti di
lavoro della segheria (la sega a banco, la sega a nastro, avvolgitori, ecc…)
Nel territorio del Comune di Olmo e dei paesi limitrofi, esistevano ovviamente più di un
edificio la cui storia ricalcava quella dell’edificio Pianetti. La mancanza di attenzione a essi rivolta
e l’incapacità di riconoscerne il valore “archeologico” legato al territorio montano, ha fatto si che
di detti manufatti inesorabilmente si sia persa ogni traccia.

La volontà di mantenere viva la storia dei luoghi attraverso le architetture che l’hanno
interpretata, ha creato i presupposti e ha definito le linee guida del progetto da noi proposto.

Criteri progettuali
Come raccontano le vicende che hanno segnato la storia dell’opificio Pianetti, il progetto di un
edificio, per quanto “colto”, non può mai anteporsi al reale bisogno d’uso di cui se ne vuole fare.
Il Comune di Olmo al Brembo (che conta oggi 500 abitanti circa) riconosce nella sua
collocazione orografica l’importante ruolo di “porta urbana” d’accesso ai tre rami dell’alta Valle
Brembana (la via per la Valle Stabina, la via per la Valle di Averara e la via per la Valle di
Mezzoldo) occasione di transito di un turismo “votato alla scoperta della montagna”.
Da tempo, quindi, l’Amministrazione ha intrapreso un intenso programma atto alla riqualifica e
valorizzazione del proprio territorio con l’intento di attivare un interesse considerato vitale per la
sopravvivenza di centri abitati di così ridotte dimensioni.
Il recupero e la ricostruzione dell’opificio Pianetti (accessibile dalla strada Provinciale)
diventava quindi occasione irrinunciabile per mantenere, prima di tutto, un dialogo vivo con la
memoria del luogo e promuovere lo sviluppo di attività culturali di ricerca e aggregazione,
necessarie alla formazione di luoghi di qualità.
Analizzando le possibili scelte, di fronte alle quali ci si è posti prima di intraprendere la
progettazione, ci è sembrato opportuno non promuovere una ricostruzione pedissequa di come
prima si presentava dal punto di vista formale l’edificio, onde evitare il rischio di generare un
“falso storico”.
Più interessante ci è parso l’intento di interpretare la ricostruzione in funzione delle esigenze
d’uso sopraggiunte, mantenendo però nella loro completezza la lettura delle testimonianze
murarie della porzione rimasta dell’antico edificio e usando la medesima come matrice formale e
ideale del nuovo intervento.

Esso è costituito principalmente da due parti fra loro strettamente correlate: la porzione che
raccoglie la preesistenza e la ricostruzione posta sul sedime del preesistente .
La prima è caratterizzata dal riuso dei 3 livelli originari anche nel mantenimento delle quote
dei solai; nonché da un vuoto “a tutta altezza” che consente di collegare visivamente il piano di
ingresso a quello più basso del locale macchine-turbine. In tale vuoto è inserita la scala in
acciaio zincato a collegamento dei vari livelli, pensata come elemento visivamente leggero in
dialogo compositivo con la solidità materica dei muri in pietra.

Il confronto tra vecchio e nuovo, infatti, è il tema costante di tutto il progetto ed è rintracciabile
anche nell’interpretazione delle parti murarie poste a completamento di quelle esistenti; con
l’occasione di legare fra loro strutturalmente il margine sfrangiato dei vecchi muri, questi si
elevano sino alla quota del tetto (la cui struttura in legno e l’inclinazione della falda riprendono
quella superstite) e occasionalmente lasciano il posto a superfici vetrate che si aggettano in
avanti a cercare la vista del fiume. La finitura a intonaco tirato a cazzuola (tecnica del luogo) e lo
sfondato generato dalla sezione ridotta dei setti di sopralzo in laterizio alveolare, garantiscono il
mantenimento della lettura dell’organismo originario.

2


La seconda porzione del progetto è caratterizzata da un manufatto che predilige il segno
orizzontale organizzando in “scansioni a 3 tempi” il volume complessivo rispetto al luogo in cui è
posto (la strada – l’edificio – il fiume). Esso è una sorta di scatola di legno (composto con assi a
ideale ricordo della falegnameria) che contrappone alla sua chiusura le grandi vetrate dalle quali
è possibile “indovinare” anche in prospetto la presenza del nucleo della centrale idroelettrica.
Esse raccolgono, in qualche modo, l’idea della teca che preserva un preciso oggetto.
La scatola di legno si apre al giardino e all’acqua mediante grandi portoni scorrevoli in grado
di creare una continuità importantissima tra ciò che è dentro e ciò che è fuori.
La copertura di tale manufatto, accessibile dal piano primo del “corpo alto” (quota, fra l’altro di
ingresso dell’edificio) diventa occasione per recuperare una terrazza belvedere, luogo di lavoro
e ricreazione all’aperto (preziosissima la vista “sull’orrido” del fiume) che consente di
raddoppiare gli spazi esterni a disposizione.

Nel complesso, il progetto è stato in grado di generare spazi aperti, polifunzionali in grado di
accogliere attività culturali di varia natura.
In tale spazio verranno disseminati contemporaneamente i reperti restaurati della segheria
esposti a scopo documentario sfruttandone appieno la carica formale e il denso contenuto
simbolico, connotando i reperti come vere e proprie sculture “ready made”.


Dettaglio fasi di cantiere

FASE A: Consolidamento muri spondali
La prima fase necessaria all’avvio di qualsiasi opera legata al recupero, si è
obbligatoriamente indirizzata verso la tutela delle piene del Fiume Brembo.
Col Genio Civile si è concordata la realizzazione di un grosso muro spondale con massi
ciclopici, atto a costituire un adeguato terrapieno a tutela del manufatto; queste fasi sono state
realizzate nel periodo invernale approfittando del livello di secca del fiume Brembo.
Tali opere sono state realizzate grazie ai finanziamenti statali per il ripristino dia danni
alluvionali.

FASE B: Recupero statico e conservazione parti ruderizzate
Il recupero statico e conservativo dei reperti murari sopravvissuti è stato affrontato secondo i
criteri della “conservazione estrema”, nel senso che qualsiasi elemento sopravvissuto, anche
quello all’apparenza più insignificante, è stato sottoposto a tutela integrale. Questo ha consentito
di mantenere in vita la forte valenza materica di ogni componente.
Il cantiere in questa fase ha dovuto fare i conti con delicate manovre di puntellamento e opere
cuci/scuci per il consolidamento murario. Alla stessa stregua sono state realizzate le opere di
sottomurazione, le opere di drenaggio delle acque provenienti da monte, e la creazione di
vespai areati.
Tali opere sono state realizzate grazie al finanziamento regionale ex Legge 39/84 relativo a
fondi destinati al recupero dei beni culturali.

FASE C: Ricostruzione ex novo parti crollate
Come già accennato per la ricostruzione delle parti scomparse si è operato in collaborazione
con la soprintendenza ai Beni Architettonici attraverso criteri di architettura contemporanea
rifiutando ricostruzioni mimetiche o in falso storico.
Per le strutture portanti e gli orizzontamenti si è scelto il calcestruzzo a vista gettato con
pannelli modulari. Nel soffitto sopra l’impalcato prima del getto, sono stati stesi dei pannelli di
faesite con dimensioni variabili e con fughe stuccate. In tal modo si è potuto ottenere un effetto
di getto lisciato con i giunti dissimulati.
Per gli orrizzontamenti in legno invece si è ricorso ad appoggi su strutture metalliche in
acciaio corten utilizzando le le tecniche dell’architettura a secco.

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Stessa concezione per la struttura di copertura dotata di una consistente intercapedine in
sughero e gronda a vista in pannelli di multistrato di betulla.
Per il manto di copertura si è scelta la tecnica della lamiera aggraffata (nel nostro caso in
zinco titanio), a memoria delle costruzioni precarie di montagna.
Gli elementi di connessione verticale (scala e ascensore) sono stati realizzati in acciaio
zincato, volutamente leggeri e staccati dalle murature, in modo da rendere evidente il dialogo tra
antico e nuovo.
Le nuove murature perimetrali sono state eseguite in blocchi di termolaterizio dello spessore
di cm 34 più doppio intonaco rustico in calce tirato a cazzuola, come presente nelle tecniche
locali.
I pavimenti sono stati realizzati sia in battuto di cemento, sia in doghette di larice al naturale,
senza zoccolini o coprifili, nel rispetto delle scelte semplici ed essenziali che hanno connotato
l’intero l’intervento.
Gli impianti elettrici sono stati realizzati prevalentemente a vista, mentre l’impianto di
riscaldamento è stato eseguito a pavimento con l’aggiunta di alcuni radiatori a colonna.
I reperti archeologici delle turbine sono stati evidenziati grazie a una pavimentazione di vetro
pedonabile e ispezionabile, con illuminazione dal basso; nei periodi di grosse precipitazioni è
possibile notare l’ingresso di acqua nel vano turbine attraverso il precedente condotto ora
disattivato.
Completa l’opera la consistente dotazione di serramenti e rivestimenti esterni in larice al
naturale, a richiamo delle architetture di montagna.
Tali opere sono state realizzate grazie a finanziamenti statali (Fondi CIPE) relativi a opere si
rilevanza sociale.


FASE D: Sistemazione aree esterne
Grazie a un finanziamento delle della Fondazione Cariplo relativo al recupero delle aree a
contorno agli impianti di archeologia ambientale si è operato con semplici opere di
ripavimentazione in pietra e sistemazione a verde, grazie all’ impianto di essenze locali e la
disposizione sul terreno dei reperti recuperati all’interno all’ex Segheria.


FASE E: Allestimento parti interne
La destinazione del bene a funzione di supporto al turismo e alla valorizzazione della cultura
locale (convegni, eventi, ecc..), nonché di internet point al servizio dei residenti, ha potuto
prendere piede grazie a un ulteriore finanziamento regionale relativo ad attività collaterali
pubbliche a sostegno del commercio.


Conclusioni
L’intervento di recupero dell’ex- Segheria Pianetti ha ricevuto una serie di riconoscimenti tra
cui il premio IQU destinato ai progetti di opera pubblica dai caratteri innovativi. Inoltre è già stato
pubblicato su alcune testate nazionali.
Questa complessa opera di recupero di un bene pressoché destinato alla scomparsa, da
parte di una piccolissima comunità di fondo valle, con un progetto dalle forti connotazioni
contemporanee, è da considerarsi un evento di natura esemplare. Il successo di questa
complicatissima operazione di recupero in “miniatura” si deve grazie alla passione degli
amministratori di Olmo al Brembo e alla tenacia, sia nel rincorrere i finanziamenti, sia per tutte le
azioni di promozione a sostegno di ciò; accanto agli amministratori è giusto ricordare l’articolato
team di progettazione (architetti, strutturasti, impiantisti, esperti di restauro, coordinatori della
sicurezza) che ha lavorato in sinergia con gli Enti preposti all’approvazione (Soprintendenza,
Genio Civile, ASL, Beni Ambientali, Provincia, Comune); infine all’impresa che ha lavorato in
condizioni difficili e nel rispetto dei costi di capitolato.

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