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La città tardoantica e medievale

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Da Calacte a Caronia. La città tardoantica e medievale
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Da Calacte a Caronia. La città tardoantica e medievale

Cosa ne è stato di Calacte alla fine dell’impero romano? La città continua ad essere nominata
in vari itinerari e mappe dell’epoca, segno che essa sopravvive al trascorrere dei secoli, fino a
quando, prossimi all’anno 1000, cambia il proprio nome in Caronia. Non si tratta solo di una
mutazione onomastica, ma di un cambiamento radicale nella vita quotidiana della comunità,
perché sono completamente mutate le condizioni sociali, culturali ed economiche rispetto
all’epoca classica. Non sappiamo quali vicende abbia subito la città dopo la caduta dell’Impero,
all’epoca delle invasioni barbariche e in età bizantina. Non vi è traccia evidente della presenza
di queste popolazioni nel nostro territorio, se si escludono alcuni manufatti ritrovati in
contrada Pantano, mentre la presenza e la cultura bizantina è testimoniata splendidamente
nella vicina Alunzio (San Marco), che in quei secoli doveva costituire forse il principale centro
dei Nebrodi (la mitica Demenna?). Nel territorio calactino, di probabile costruzione bizantina,
molto lontano dalla città, è l’abbazia di S. Pancrazio, posizionata sul margine occidentale della
vallata del Furiano, forse sede della “Massa Furiana” citata nell’epistolario di Papa Gregorio
nel VII secolo d.C..
Probabilmente Calacte non risentì affatto dell’arrivo dei nuovi Greci e continuò ad esistere
immutata e anonima, come un naturale proseguimento dell’età antica. E’ dimostrato,
comunque, che subì gradualmente una contrazione, con poche case poste sulla parte più alta
della collina, mentre i quartieri sistemati sul pendio erano sati già abbandonati dal II secolo
d.C., probabilmente a seguito di eventi naturali disastrosi (terremoto, frane). Il quartiere
marittimo sopravviveva, nonostante alcuni eventi sismici, nei primi secoli dell’era cristiana, ne
abbiano causato in diverse occasioni gravi compromissioni, come dimostrano i recenti
ritrovamenti archeologici in c.da Pantano che hanno restituito un gran numero di materiali
bizantini, soprattutto anfore da trasporto ed una fornace per la loro produzione, il che
conferma una continuazione dell’attività portuale e quindi degli scambi commerciali.

In epoca tardoantica è
attestato un fenomeno di
dispersione della comunità
cittadina nelle campagne
circostanti: nuclei abitati,
talvolta veri e propri borghi
con
un’organizzazione
complessa, nascono qua e là
a
controllo
di
grandi
appezzamenti di terreno.
Nel nostro territorio ne sono
stati individuati alcuni che
mostrano evidenze di vita a
partire dalla tarda età

imperiale fino al VII-VIII secolo, come quello costiero in c.da Chiappe, quelli in c.da Samperi –
Piano della Chiesa, in c.da Contura a Canneto. E’ un fenomeno attestato in tutta la Sicilia per
quest’epoca, quando gran parte delle città classiche si svuotano o addirittura scompaiono
definitivamente.

In generale, i secoli compresi tra il IV d.C. e la dominazione araba (IX secolo) sembrano essere
per Calacte secoli tranquilli. La città, ormai ridotta a poco più di un villaggio, riutilizzava le
strutture, i monumenti e le consuetudini dell’età romana. Ma in un’epoca di generale
decadenza, decadde anch’essa, perdendo la propria essenza culturale. Tanto che, quando
arrivarono i Musulmani, trovarono poca resistenza nell’esiguo numero di abitanti e se ne
impadronirono, stando alle fonti storiche, piuttosto facilmente, pur senza imporre con forza il
loro dominio ma accontentandosi di esercitare un controllo dell’esigua comunità rimasta.
E’ tuttavia da dire che l’intera area nebroidea costituì, in un certo senso, un’isola felice nel
contesto degli eventi che coinvolsero la Sicilia dopo la caduta dell’Impero Romano. Non si
hanno tracce materiali delle invasioni barbariche; i bizantini imposero una cristianizzazione
totale dell’isola, lasciando come testimonianza principale della loro presenza chiese e
monasteri, talvolta magnificamente affrescate; l’influenza degli Arabi non si manifestò quasi
affatto sulla parte nord-orientale dell’isola, tanto che sia nell’area nebroidea che in quelle
peloritana ed etnea, non è rimasta alcuna traccia importante della loro presenza, come invece
avvenne, con evidenti manifestazioni monumentali, urbane e culturali, soprattutto nella Sicilia
occidentale e meridionale.
E’ in questo periodo che Calacte, tra diverse trasformazioni non solo nel nome (Galata, Colao,
Colan), ma nella stessa struttura sociale, diventa Caronia. La maggior parte dei quartieri
cittadini dell’abitato collinare era stata abbandonata nella prima età imperiale, a vantaggio di
un’occupazione importante dell’abitato di Marina, che nel III-V secolo d.C. divenne il vero
centro città, avvantaggiata dalla presenza di un porto molto attivo e dal fatto di trovarsi lungo
la principale strada della Sicilia settentrionale (Via Valeria). In collina alcuni monumenti sono
“smontati” e le loro parti riciclate o, già compromessi da precedenti calamità (terremoti,
incendi, assenza di manutenzione), crollano e sono sostituiti da povere case o subiscono un
inesorabile interramento. Possiamo immaginare che, a ridosso dell’XI secolo, Caronia sia solo
una borgata costituita da poche case raccolte in cima alla collina; l’abitato di Marina è
completamente abbandonato e deserto e probabilmente sopravvive solo qualche casa di
pescatori. Il porto, tuttavia, stando a quanto racconta Edrisi, risulta ancora attivo. Non si
hanno tracce dei primi edifici di culto cristiano in paese: la prima Chiesa nota (la Chiesa
Madre) è edificata solo nel XII secolo. Probabilmente, nei primi secoli (ovvero dall’età
bizantina, per Calacte), si riutilizzarono edifici già esistenti per celebrare messa e pregare.
Nel corso della dominazione araba, Calacte-Caronia non subì le distruzioni documentate per
altri centri siciliani, come Troina e Cerami. Qaruniah, come viene ora chiamata, sopravvive
indenne e non subisce la stessa sorte di altre città vicine che vengono definitivamente
abbandonate (Halaesa, Apollonia, Herbita, ecc.). Alcuni viaggiatori arabi parlano di Caronia,
ricordandone soprattutto i vigneti e la pesca del tonno che si praticava nel mare antistante.
Edrisi accenna alla tonnara di Marina, quando, nel “Libro di Ruggero”, menziona le camere

subacquee per la mattanza del tonno. Dove fosse ubicata una tale struttura è purtroppo ignoto.
Sempre Edrisi scrive: “Alla distanza di 12 miglia [da Tusa] si incontra Qaruniah, con cui inizia
la Val Demone; è un’antica roccaforte e, in essa, sorge una fortezza di nuova costruzione.
Qaruniah possiede giardini, acque, viti, alberi ed è dotata di un porto: qui si tendono le reti per la
pesca dei grandi tonni
”.
Le parole dello scrittore arabo sono interessanti e confermano per prima cosa che, sulla
collina dove ora sorge questa prosperosa cittadina, un tempo sorgeva un’altra città, anche se
non fa menzione di Kalé Akté, di cui tuttavia egli poteva ancora vedere i resti affioranti dal
terreno. Esse inducono, poi, a pensare che a quell’epoca l’abitato di Marina non esisteva più,
permanendovi soltanto uno stabilimento per la lavorazione e conservazione del pesce, forse
risalente già all’età romana. Quelle parole costituiscono, peraltro, un indizio importante per
risalire agli anni in cui fu costruito il castello. Infatti, il “Libro di Ruggero” fu finito di scrivere
nella metà del XII secolo (1153), mentre in una pergamena del 1087 che elencava fortezze e
possedimenti, non è ancora citato il castello di Caronia. Di conseguenza è indubbio che esso fu
costruito nel corso della prima metà del XII secolo, epoca a cui si può fare risalire anche la
cinta muraria, in una fase di grande riassetto e ricostruzione della città. Sempre per rimanere
in tema di date, si osserva che le due chiese principali del paese, ovvero la Chiesa di San Nicolò
(Chiesa Madre) e quella dell’Annunziata a Marina, si trovano citate per la prima volta in un
documento del 1178, ma non in altri del 1151 e 1166, per cui sono state sicuramente costruite
nel decennio 1167-1177.
Come si può capire, dopo una fase di transizione coincidente con la dominazione bizantina e
con quella araba, una importante ripresa si verifica con l’arrivo dei Normanni. In particolare il
XII secolo è quello di maggiore
attività:
si
costruiscono
i
principali edifici di una tipica
città
medievale
(castello,
fortificazioni, chiese) e si assiste
ad un risveglio in campo
economico e culturale. La
cittadina viene quindi inglobata
all’interno di una cinta muraria
e, a dominazione non solo
paesaggistica
ma
anche
amministrativa della comunità,
viene costruito il Castello,
probabilmente
sui
resti
dell’acropoli di età classica da
tempo distrutta. Siamo in pieno
medioevo e la città riacquista
finalmente una propria identità
sociale, politica e culturale.



Veduta del centro storico, in gran parte coincidente con l’abitato medievale

Il tessuto della città medievale è chiaramente visibile, ancora oggi, nel centro storico di
Caronia. Dell’età classica sopravviveva parzialmente solo una strada (Strada Mastra), che dalla
Porta meridionale (Arco Saraceno) saliva verso quella settentrionale (S. Francesco),
probabilmente coincidente con la plateia-decumano della città greco-romana. Le altre strade
erano strette, talvolta sinuose, trasformandosi spesso in brevi scalinate; vie e viuzze si
snodavano presentando angoli caratteristici, sboccando all'improvviso davanti alla Chiesa, a
edifici o alla campagna. La tortuosità e l'ampiezza limitata servivano tra l’altro a difendere gli
abitanti sia dal freddo che dal caldo. Particolare cura era dedicata alla pavimentazione
stradale, per cui si adottò il selciato (ciottoli rotondi), dotato di gradini a seconda della
pendenza. La pavimentazione stradale, la manutenzione e la pulizia delle strade erano a
quell’epoca compito dei cittadini. Oggi, purtroppo, non è rimasto praticamente nulla di tutto
questo. Fino a pochi decenni fa era ancora possibile camminare su stradine pavimentate a
ciottoli, ma esse, davvero caratteristiche ed ancora in buono stato, sono state tutte
rimpiazzate da pavimentazioni a mattonelle o asfaltate.
Solo pochi angoli sopravvivono intatti di quell’epoca, alcuni vicoletti e stradine, come il
cosiddetto Vicolo Caprino, che scendeva dalla strada principale divenendo una galleria sotto
un caseggiato, prima di sbucare nell’allora cinta muraria. Passandovi dentro, nel buio che
ammanta le porte di alcune stalle, quasi si avverte ancora l’atmosfera e l’odore di un passato

che non c’è più. E’ inoltre molto probabile che diverse case attuali del centro storico
riutilizzino fondamenta di case costruite in età medioevale.
Il nucleo civico della città medievale, quello cioè in cui si svolgeva la vita sociale e politica
della comunità urbana, formata da liberi cittadini i cui doveri e diritti erano regolati dagli
statuti e che svolgevano la loro attività nell'ambito delle associazioni, corporazioni delle arti e
dei mestieri, era costituito da un complesso di edifici che spiccavano sugli altri per la loro
imponenza e per la funzione cui dovevano assolvere. Di questi, conosciamo solo la chiesa
principale in cui, nei primi tempi della struttura urbana, la gente si radunava più
frequentemente. Parliamo della Chiesa Madre, edificata nello stesso periodo in cui fu costruito
il Castello, non sappiamo se sui resti di un precedente edificio pubblico o religioso di epoca
ellenistico-romana. La Chiesa, tra l’altro, appare realizzata per oltre il 50% con materiali di
reimpiego provenienti da edifici classici preesistenti, come grandi blocchi litici squadrati,
pezzi di capitelli, mattoni, tuttora visibili sulla facciata.


Il castello in una veduta da sud-ovest.

La cinta muraria racchiudeva, tra il XII ed il XIII secolo, un piccolo centro costituito da poche
case ed una popolazione di circa 300 abitanti, lontano dall’epoca antica in cui è ipotizzabile un
numero prossimo ai 5000 cittadini. E’ tuttavia presumibile che da qualche tempo diverse
famiglie, dedite esclusivamente all’agricoltura ed all’allevamento del bestiame, vivessero in

fattorie e casali fuori le mura. Le fortificazioni medievali furono realizzate con blocchi di
pietra squadrati, probabilmente importati, rinforzati da materiali fittili nonché da materiali di
reimpiego di edifici di epoca classica ormai abbandonati. Su di esse si aprivano alcune porte
accompagnate da torrette di guardia. La porta principale era quella sud, che sopravvive nel
cosiddetto Arco Saraceno, su un tratto di muro che con molta probabilità riutilizza una
preesistente fortificazione ellenistica. Un’altra porta si apriva a nord, in corrispondenza
dell’inizio di Piazza San Francesco. Non sappiamo se le fortificazioni circondassero totalmente
la città, in quanto potrebbe darsi che il lato occidentale della collina, in notevolissima
pendenza, risultasse per sua natura già inaccessibile e quindi non fosse provvisto di sistema
difensivo. La maggior parte del perimetro delle mura è stato successivamente inglobato in
edifici ed altre strutture, quando, dopo il XV-XVI secolo, la città si accrebbe anche al di fuori
del nucleo originario, soprattutto verso sud. E’ per questa ragione che rimangono visibili solo
piccoli tratti delle fortificazioni medievali, come un bastione in via Pasubio; altri bastioni e
tratti di mura, ricompresi oggi in case d’abitazione, sono riconoscibili in altri punti del centro
storico.



Ricostruzione in pianta della città medievale

Il Castello, come la comunità caronese che controllava, passò nei secoli attraverso signorie
diverse, dai Ventimiglia ai Pignatelli, che lo hanno posseduto fino a non molti decenni fa. Esso
si erge maestosamente sul punto più alto della collina, a circa 300 metri, ed è uno dei meglio
conservati della Sicilia, grazie al fatto che è stato abitato praticamente fino ad oggi e
sottoposto a continue manutenzioni, che tuttavia non ne hanno stravolto le caratteristiche
fisionomiche.
La fortezza, costruita presumibilmente utilizzando maestranze arabe, nei lati nord-ovest e
sud, era delimitata da una propria cinta muraria con torri, e presenta una forma pressoché

triangolare. All’entrata, posta ad est, si accedeva originariamente attraverso una strada che
forse si congiungeva direttamente con la porta nord delle fortificazioni cittadine. All’interno
delle mura è situato il palazzo a due piani di forma rettangolare, successivamente ampliato. Il
piano terra, privo di finestre, era destinato all’ingresso, alla rappresentanza ed al deposito
delle merci, mentre le abitazioni erano al piano superiore. Singolare è il fatto che la cappella
del castello e quella Palatina di Palermo, sono le uniche in Sicilia a presentare tre navate, e a
tutt’oggi, non si è ancora certi di quale delle due servì da modello all’altra. Il Castello fu dotato,
oltre che di una chiesa, anche di una cisterna molto capiente per il rifornimento idrico e di
magazzini per la conservazione delle derrate.



Il castello normanno visto dall’alto

La città rimase compresa entro la linea delle fortificazioni fino al XVI secolo. Nel corso di
quest’ultimo fu costruita la Chiesa di S. Maria dell’Idria, nel luogo dove oggi sorge il Municipio;
verso l’inizio del secolo successivo fu realizzata la Chiesa di S. Biagio. Entrambe queste chiese
sorsero sulla strada che, dalla città medievale, saliva verso la montagna, seguendo il percorso
di una via di epoca classica. Tra il XVI e il XVII secolo, l’area compresa tra la porta sud e la
Chiesa di S. Biagio si riempì di case.
Contemporaneamente alle nuove realizzazioni abitative, si incrementò la popolazione. A
questo proposito, un riferimento da cui partire è costituito dai Riveli, compilati a partire dal
1501. Il primo dato significativo è tuttavia del 1593, quando la popolazione ammontava a 395

unità, di cui 221 maschi e 164 femmine, con un’alta incidenza della fascia d’età compresa tra i
18 e i 30 anni; solo 14 individui superavano i 50 anni.
In quell’anno, in città vi erano 99 case e 127 famiglie (“fuochi”). Le case erano così distribuite
per quartieri:

Bastione

1

Castello
8
Cortiglio

4

Mazara
3
Piazza1

82

Portello
7
S. Antonio

9

S. Maria3
3
S. Nicola4
31

Spiruni
13
Strada Mastra
2

Torre
6
T. Sansiveri 4

Nei Riveli successivi, popolazione e numero di case variano secondo questo andamento:

Anno
Popolazione
Case
1607
391
111
1616
474
127
1625
369
107
1637
597
121
1651
459
76
1714
544
130
1748
1275
250

Questi dati ci possono consentire di calcolare, a ritroso, la consistenza demografica e
l’occupazione abitativa di Caronia, almeno per i secoli XI-XV.
Come notato, alla fine del 1500 la città accoglie solo 395 persone. Il dato non deve stupire,
poiché il concetto di città, a quell’epoca, è molto lontano da quello moderno, soprattutto da un
punto di vista demografico. Si parla in questo periodo di borghi di poche case, generalmente
poste vicino ad una strada principale ed attorno ad una Chiesa.
Andando a ritroso, è inverosimile che nei secoli immediatamente precedenti la popolazione ed
il numero di case fossero più alti di quelli accertati con i primi Riveli. Potremmo ipotizzare per
il XII secolo, che segnò una “rinascita” politica e sociale per la città, con una serie di nuove
realizzazioni che la dotarono di importanti infrastrutture, una popolazione di circa 200
persone, di 120-140 intorno all’anno 1000. Si tratta, ovviamente, di pura teoria, che tuttavia
tiene conto delle vicende che avevano portato alla nascita di Caronia ed al suo prevedibile
sviluppo fino ai primi Riveli.

1 Odierna Piazza Calacta.
2 Di cui 5 botteghe.
3 Intorno alla parte nord del paese ed alla Chiesa di S. Maria delle Campane.
4 Intorno all’attuale Chiesa Madre.

Le case di questa esigua
cittadinanza erano sorte sulle
macerie ancora affioranti della
città greco-romana, che in parte
riutilizzarono:
è
un
dato
accertato quello dell’usanza,
tipicamente
medievale,
di
utilizzare
le
risorse
immediatamente disponibili sul
posto, in primo luogo il
materiale per costruire le
abitazioni. In alcuni casi si
costruiva sui resti murari
ancora in piedi, con una
conservazione parziale della
stessa planimetria di edifici antichi. Più spesso, si “smontavano” i muri ancora visibili e si
raccoglievano i materiali (pietre, mattoni, tegole) sparse sul terreno.
A Caronia, le case di XI-XIII secolo si disposero nella parte più alta della collina,
principalmente tra il Castello e la Chiesa di S. Nicolò, dove è ancora oggi possibile intravedere
raggruppamenti di case e la rete di vicoli che le separavano in maniera organizzata. Non si può
individuare, oggi, uno spazio lasciato appositamente libero con funzioni di piazza, sebbene la
toponomastica nota fa supporre l’esistenza di un cortile nell’omonimo quartiere.





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