SINTESI STORICA DELLA SICILIA NELL’EPOCA GRECO-ROMANA
L’importante ruolo che la Sicilia ha da sempre esercitato nel a storia è in gran parte dovuto al a sua
posizione geografica, che la pone come crocevia tra il Mediterraneo orientale e quel o occidentale e
tra l’Europa e l’Africa. Questa posizione l’ha fatta oggetto di migrazioni e di invasioni, determinando il
succedersi ininterrotto di dominazioni nel corso dei secoli: Sicani, Elimi, Siculi, Greci, Cartaginesi,
Romani, Bizantini, fino ad arrivare agli Spagnoli. Le civiltà di alcuni di questi popoli hanno lasciato
tracce indelebili nel a sua storia e si sono fuse con la sua cultura originaria, che risulta composita, ma
al o stesso tempo unitaria, armonica e ricca.
Le fonti archeologiche ci dicono che la Sicilia fu abitata fin dal 20000 a.C. Intorno al 1000 a.C. era
abitata da Sicani a sud-ovest, da Elimi a nord-ovest e da Siculi a nord-est. Questi popoli non erano
certamente autoctoni, ma comunque di ceppo mediterraneo. Le lingue da essi parlate erano del
gruppo indoeuropeo; praticavano l’agricoltura e l’al evamento del bestiame.
Nel ’VIII secolo a.C. ebbe inizio la colonizzazione greca. Si trattò di un fenomeno imponente e per
certi versi misterioso. Non furono ragioni commerciali a spingere i Greci nell’isola, poiché sappiamo
che i Greci intrattenevano a quei tempi rapporti commerciali con i popoli dai quali potevano
acquistare metal i, che la Sicilia non possedeva. Si trattò comunque di un piano organizzato, visto che
le stesse città madri del a Grecia vollero incoraggiare l’emigrazione di gruppi numerosi di cittadini, che
andassero a fondare altrove comunità autonome e indipendenti. Probabilmente fu l’insufficienza del e
risorse economiche del e città greche a spingere questo popolo a cercare nuovi insediamenti in terre
fertili e potenzialmente ricche.
I primi Greci che vennero in Sicilia furono gli Ioni, precisamente i Calcidesi, che intorno al a metà
del ’VIII secolo fondarono nel a Sicilia orientale Naxos, Leontinoi, Katane, Kal ipolis (Giarre) e Zankle.
Nel secolo successivo fondarono Himera sulla costa settentrionale. Sempre nel ’VIII secolo, i Dori
fondarono, sulla costa meridionale, Megara e Siracusa, a cui seguirono nel VII secolo Gela, da parte
di rodio-cretesi, e Selinunte. Nel VI secolo fu fondata Akragas, appendice di Gela.
I Greci non riuscirono a penetrare nel a parte occidentale del ’isola, essendo questa occupata dai
Cartaginesi, così come limitata fu inizialmente la loro presenza sul a costa settentrionale, dove già
esistevano diversi centri indigeni (Siculi). Al riguardo va detto che i rapporti tra Siculi e Greci furono
sostanzialmente pacifici ed improntati a scambi di carattere commerciale: i Greci scambiavano i loro
prodotti artigianali con i prodotto agricoli provenienti dal ’interno. I Siculi riconobbero la superiorità
dei colonizzatori sia dal punto di vista politico che culturale: il processo che porterà al a rapida
el enizzazione del ’isola, in effetti, non dipenderà solo dal a volontà dei Greci di assicurarsi il control o
del a Sicilia, ma anche dal a stessa iniziativa degli indigeni di assimilare model i di civiltà più elevati.
Dopo una prima fase in cui la colonizzazione interessò principalmente le coste del a Sicilia orientale e
meridionale, i coloni greci si espansero progressivamente verso l’interno a danno del e popolazioni
indigene: il fertile retroterra del e città costiere era infatti fondamentale per la loro sopravvivenza.
Benché spesso dedita in larga parte ad attività commerciali, ogni colonia antica aveva il proprio
fondamento economico nel ’agricoltura, e sulla base del o sfruttamento del proprio territorio doveva
essere pienamente autonoma. Nel corso del Vi secolo a.C. buona parte del a fascia costiera del a
Sicilia per una notevole profondità, ad esclusione del ’angolo nord-occidentale occupato da fenici ed
elimi, entrò a far parte del territorio del e colonie costiere.
La Sicilia assunse così un aspetto greco: le città avevano una piazza centrale, l’agorà, templi in stile
dorico e, appena fuori del centro abitato, le necropoli. Le comunità siciliane erano politicamente
organizzate in poleis, secondo un model o di tipo oligarchico, dove alcune famiglie possedevano gran
parte del a terra, amministravano la giustizia ed esercitavano le funzioni sacerdotali. Gli scontri tra le
classi sociali faranno nascere, tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C., l’istituzione del a tirannide,
che caratterizzerà la storia del a Sicilia nei tre secoli successivi, periodo in cui un ruolo egemone verrà
esercitato dal e città di Siracusa ed Agrigento.
I Cartaginesi, minacciati dal a progressiva espansione del e due città siceliote e preoccupati del a
politica antipunica condotta da Gelone, tiranno di Siracusa, finalizzata ad una loro espulsione
dal ’isola, decisero di intervenire in forze per consolidare i loro possedimenti. Inviata nel 480 a.C.,
sotto la guida di Amilcare, una grande armata in Sicilia, si scontrarono con l’esercito siracusano e
agrigentino nei pressi di Himera. Quest’ultimo, pur essendo numericamente inferiore, ebbe la meglio
sui cartaginesi.
Intorno al a metà del V secolo, la Sicilia entrò nel e mire di Atene, decisa ad ottenere il monopolio dei
mercati occidentali e rivaleggiando con le attività mercantili di Corinto e Siracusa. Nel 415 Atene inviò
in Sicilia una grande armata, con 7000 uomini. Nei due anni che seguirono si combatté per mare e
per terra in più punti del ’isola. Sul finire del ’estate del 413, la flotta ateniese fu distrutta; coloro che
si salvarono, fuggiti per terra, furono in parte uccisi, in parte ridotti in schiavitù.
Il perenne stato di guerra che per decenni afflisse l’isola, anche nel corso del a tirannide di Dionisio I,
al a fine del V secolo, e poi di Dionisio II ed Agatocle, non conobbe che qualche rara e breve tregua.
Ierone II, ottenuta la tirannide di Siracusa, concentrò le sue attività militari contro i Mamertini, ex
mercenari campani che, espulsi da Siracusa, si erano impossessati nel 285 a.C. di Messana, da dove
conducevano le loro scorrerie in vaie parti del ’isola. Nel 269, ormai vicino ad occupare la città del o
Stretto, fu attaccato dal a flotta cartaginese, che insediò un presidio a Messana. Dopo la firma di un
trattato di al eanza con Siracusa, Roma, approfittando del o scoppio di una rivolta a Messana,
desiderosa di liberarsi del ’occupazione cartaginese e in cui la maggioranza al potere aveva deciso di
consegnare la città ai romani, si insediò nel a città e la guerra con Cartagine esplose rapidamente. Il
conflitto imperversò per lunghi anni, in Sicilia e in Africa. Lo scontro finale avvenne nel 241 nel e
acque del e Egadi e vide il trionfo del a flotta romana. In seguito al trattato che seguì, i cartaginesi
dovettero abbandonare l’isola e la Sicilia, nel 227 a.C., divenne la prima provincia romana.
La conquista romana, compiutasi nel corso del III secolo a.C., rappresentò inizialmente un evento
positivo, poiché portò la pace dopo tante guerre e l’unità dopo particolarismi e conflittualità (la Sicilia
divenne Provincia romana). Il dominio romano si rivelò esoso, ma non particolarmente oppressivo, se
si tiene conto del fatto che non ci sono testimonianze di malcontenti del a popolazione libera. Si ha
però notizia di due rivoluzioni di schiavi sul finire del II secolo, il che fa pensare che Roma abbia
cercato di guadagnarsi il favore di settori chiave del a popolazione assoggettata, politica che aveva
già adottato in altri luoghi conquistati.
Roma insediò in Sicilia suoi rappresentanti: un governatore, due questori – funzionari del tesoro
residenti a Lilibeo e Siracusa – e vari esattori del e imposte. I rappresentanti romani si rivelarono
spesso avidi e disonesti e depredarono la Sicilia anche del e sue opere d’arte. Al riguardo, tristemente
famoso rimase Gaio Verre, che governò nel ’isola per tre anni e fu processato per le sue ruberie:
sostenne l’accusa Cicerone e Verre fu mandato in esilio.
Numerose tasse gravarono sul a Sicilia: anzitutto, il decimo del raccolto di grano e orzo, che veniva
pagato in natura direttamente a Roma; in danaro veniva pagata l’imposta su vino, olive, frutta e altri
prodotti agricoli, nonché la tassa sul pascolo. Un dazio del 5% gravava sui beni che transitavano nei
porti siciliani; erano esclusi solo le decime ed i beni personali dei viaggiatori. Il tenore del a
popolazione si mantenne generalmente basso, ma non vi fu emigrazione, segno che la dominazione
romana aveva dato, nonostante tutto, una certa stabilità e sicurezza. Al tempo di Cicerone (intorno al
70 a.C.), la popolazione del a Sicilia si aggirava intorno al milione di abitanti.
Dopo la battaglia di Anzio nel 31 a.C., Ottaviano rimase unico padrone del ’impero romano. Egli
inaugurò una politica di pace e di riassetto economico e giuridico del ’impero, di cui beneficiò anche la
Sicilia. La struttura amministrativa fu rinnovata. Esistevano tre gruppi di città: le “colonie” (Taormina,
Catania, Siracusa, Tindari, Termini e Palermo), dove affluirono molti veterani romani; i “municipia”,
che si differenziavano dal e prime sotto il profilo onorifico, di minore importanza; le città assoggettate
a Roma, che continuavano ad avere autonomia negli affari interni. Fu modificato il sistema tributario:
al a decima, pagata in natura, si sostituì lo “stipendium”, un’imposta sul a terra pagata in danaro,
probabilmente perché il grano siciliano non era più indispensabile a Roma, che ora poteva attingere a
nuove fonti di approvvigionamento nel Nord Africa.
Nei primi secoli del ’impero, l’interesse del ’amministrazione centrale per l’isola fu marginale e
determinò una condizione di isolamento politico, economico e culturale. Solo al a fine del III secolo
d.C. si verificò una inversione di tendenza. Più di un secolo di pace e una accorta conduzione politica
ed economica, fecero del a Sicilia una del e più floride terre del ’impero. Divenuta parte importante
degli interessi del a classe dirigente, essa accolse ricche residenze aristocratiche, colme di opere
d’arte, cui facevano capo vasti latifondi.
1.1. La Sicilia settentrionale
Sulla base dei dati deducibili soprattutto dal a necropoli di Milazzo e dagli scavi del e Eolie, si può
affermare che, intorno al a metà del XII secolo a.C., la costa settentrionale del a Sicilia fu interessata
da un flusso migratorio proveniente dal a penisola italiana, con caratteristiche culturali del tutto simili
a quel e del ’Italia tirrenica nel periodo compreso tra la fine del ’età del Bronzo e l’inizio del ’età del
Ferro. Le indagini archeologiche e le notizie tramandate dal e fonti letterarie parlano del e migrazioni
dal a penisola di popoli quali gli Ausoni, i Morgeti e i Siculi, che andarono ad occupare le regioni del a
Sicilia settentrionale e centro-orientale.
A differenza di quanto avviene nel a Sicilia orientale, queste culture indigene appaiono poco
influenzate da apporti greci. La penetrazione del a colonizzazione greca fu limitata, al ’inizio, al a sola
zona di Messina, la cui avanzata, dopo la rapida occupazione di Milazzo, avvenuta al a fine del ’VIII
secolo, dovette arrestarsi a lungo. Ciò diede modo al e popolazioni indigene di organizzarsi
autonomamente, dando vita a centri urbani che vivranno ancora in età storica, come Longane,
Abakenon, Halontion, Apollonìa o Halaesa. Ciò è confermato anche dal tentativo di Ducezio, che
fonda, nel V secolo a.C., una città a Kalé Akté (Diod. 12.8.2 e 29.1), nel o stesso luogo in cui era
invece fallito, nel secolo precedente, un tentativo di colonizzazione ionia (Erod. 6.22).
Non a caso, l’unica importante città del a costa settentrionale, Himera, che fu subcolonia di Zancle,
trovò spazio solo in un’area molto occidentale, al di là del e città sicule. Solo molto più tardi, nel corso
del IV secolo, si manifesta una certa ripresa del ’attività colonizzatrice el enica, con la fondazione di
Tyndaris, che però è un caso isolato, in un’area interamente occupata da città sicule ormai del tutto
el enizzate.
Questo ampio settore dovette subire la doppia spinta del ’espansione siracusana e di quel a
cartaginese, che ne condizionarono la storia. Non a caso, lo scontro trovò uno dei suoi punti decisivi
proprio intorno ad Himera, concludendosi una prima volta con il successo greco (480 a.C.) ed una
seconda volta con il successo cartaginese, quando avvenne l’assedio e la distruzione di Himera (407
a.C.). Quest’ultima città non verrà più ricostruita nel o stesso luogo, ma si sposterà più ad ovest,
assumendo il nome di Thermai Himeraiai ed in età romana conserverà una certa importanza, come
molti altri centri del a costa settentrionale, proprio in conseguenza dei rapporti privilegiati con la
penisola italiana.
Arrivando al ’età romana, quest’area fu interessata dal e devastazioni che si ebbero nel corso del a
prima guerra punica; ancora più gravi furono probabilmente i danni subiti nel o scontro tra Ottaviano
e Sesto Pompeo, che si svolse soprattutto nel settore nord-orientale: la battaglia navale decisiva ebbe
luogo presso Milazzo nel 36 a.C. e si concluse con la piena vittoria del a flotta di Ottaviano. La gravità
dei danni e del o spopolamento risultano anche dal a successiva deduzione di colonie augustee a
Tindari ed a Termini Imerese.
La relativa importanza che conservò la costa settentrionale del a Sicilia risulta anche dal a presenza di
importanti vil e di lusso, come quel a di Castroreale, che è uno dei rarissimi esempi di vil a di “otium”
databile tra la fine del a repubblica e l’impero. Il fenomeno si accentuerà, come altrove in Sicilia, in
età tardoimperiale: la vil a di Patti, al riguardo, va ad affiancarsi a quel e di Piazza Armerina e del
Tel aro, e conferma quanto già sapevamo dai testi contemporanei sul a predilezione di importanti
famiglie del ’aristocrazia senatoria romana per queste lussuosissime residenze provinciali, che erano
probabilmente più numerose proprio nel ’angolo nord-orientale del ’isola, il più vicino ed accessibile
dal ’Italia.
1.2. La Sicilia centrale
Precedentemente al a conquista greca, l’area centrale (come quel a meridionale) del a Sicilia era
abitata, secondo quanto ci ha tramandato la tradizione antica, dal popolo dei Sicani, respinto qui dal e
sue sedi – che comprendevano in origine anche la Sicilia orientale – in seguito al ’invasione dei Siculi,
provenienti dal a penisola italiana. Secondo Tucidide, i Sicani sarebbero stati del e popolazioni di
origine iberica, scacciate dal e loro sedi originarie dal ’invasione dei Liguri. Essi sarebbero arrivati in
Sicilia intorno al XIII secolo a.C., mentre i Siculi sarebbero comparsi intorno al a metà del ’XI secolo.
Poco si sa sulla possibilità di un rapporto tra popolazioni locali e Micenei, che sembrerebbe suggerito
dal a tradizione sull’arrivo di Minosse nel a Sicilia meridionale e sui suoi rapporti con il mitico re
Kokalos. Agli stessi cretesi venuti con Minasse si attribuiva, tra l’altro, la fondazione di Engyon, una
città non molto distante da Henna, dove si trovava uno dei più importanti santuari indigeni, quel o
del e “Metères”, identificabili con la “Magna Mater” cretese ed asiatica.
Le vicende del a sezione centrale del a Sicilia al momento del a colonizzazione greca sono pochissimo
documentate dal a storiografia antica e si è cercati di ricostruirle soprattutto attraverso l’esplorazione
archeologica. Mentre i coloni greci occuparono materialmente le città presenti nel a parte centro-
meridionale del ’isola, ciò non avvenne nel caso dei numerosi centri indigeni del ’interno che si
addensano intorno ad Enna e Caltanissetta, dove la presenza massiccia di materiale greco va
spiegata soprattutto come il risultato di una profonda el enizzazione, limitata però al e aristocrazie
locali.
La pressione militare greca verso l’interno divenne fortissima negli anni iniziali del V secolo a.C., ad
opera soprattutto di Gela; questa linea di tendenza si accentuò ad opera dei Dinomenidi, che avevano
riunito nel e loro mani il dominio del a stessa Gela e di Siracusa. In occasione del a dura lotta dei
Siracusani contro l’ultimo esponente del a dinastia, Trasibulo, trovarono un al eato proprio nel e
popolazioni sicule. Tale al eanza è in atto quando gli stessi Siracusani portarono il loro attacco a Itna,
fondazione di Ierone, insieme ai Siculi comandati da un capo militare, Ducezio, che era riuscito ad
unificare nel e proprie mani il potere su un numeroso gruppo di tribù. Con Ducezio l’elemento greco
deve iniziare a confrontarsi con la presa di coscienza del e comunità indigene come entità omogenee,
in grado di darsi una direzione militare centralizzata.
Dopo aver fondato, nel 459 Menaion, e dopo avere unificato sotto il suo comando tutte le tribù sicule,
Ducezio marciò su Morgantina e riuscì a conquistarla; fondò la nuova capitale dei Siculi a Paliké nel
453, accanto al ’antico santuario dei Palici; con al a base una potenza militare ormai riconosciuta,
giunse al punto di attaccare Agrigento e di sconfiggere gli eserciti col egati di questa e di Siracusa nel
451. Sconfitto l’anno successivo da un nuovo esercito, Ducezio si rifugiò supplice a Siracusa e fu
esiliato a Corinto.
Ritornato in Sicilia nel 448, spostò il suo campo di azione nel a Sicilia settentrionale, dove fondò Kalé
Akté, aiutato dal tiranno di Herbita, Archonides, ma morì pochi anni dopo, in seguito ad una malattia.
Solo in seguito a ciò, i Siracusani riuscirono così a sottomettere tutti i Siculi.
Il tentativo di Ducezio, per quanto fallito, fornì per la prima volta una coesione politica ed un model o
ideologico unitari al e popolazioni indigene del a Sicilia, indice di una situazione strutturale ormai
cambiata e matura, che porterà nei decenni successivi ad un’unificazione di fatto di tutta la Sicilia.
Nonostante i tentativi del nazionalismo greco, questo processo si accentua nel corso del IV secolo: le
città indigene del ’entroterra sono ormai organizzate secondo model i del tutto analoghi a quel i del e
città greche, segno di un’adesione non più limitata al e sole élites ma che coinvolge ormai tutto il
corpo civico.
Al termine del e guerre puniche assistiamo ad una totale trasformazione del ’assetto territoriale
del ’isola: l’estensione del latifondo e la sua conduzione da parte di proprietari romani e italici,
accanto ai grandi proprietari siciliani. La Sicilia centrale fu sfruttata sia per la produzione granaria che
per i pascoli destinati al ’al evamento in grande stile. Masse enormi di schiavi furono impiegate nel o
sfruttamento di tali risorse, destinate soprattutto al ’approvvigionamento di Roma. La concentrazione
di una tale massa di manodopera servile provocò, negli ultimi anni del II secolo a.C., le due grandi
guerre servili che insanguinarono l’isola e che ebbero origine e principale teatro proprio in quest’area.
La trasformazione socioeconomica del a Sicilia centrale e meridionale nel corso del a tarda repubblica
porta al a progressiva scomparsa di molte città del a zona, fatta eccezione per quel e ricadenti
nel ’area centro-orientale: Kenturipa, ad esempio, conserva un posto preminente per la produzione
granaria, principale motivo di interesse di Roma, e costituirà il più importante centro di tutta l’area
etnea.
Questo fenomeno si accentua nel ’età imperiale: la quasi totale mancanza di vil e di lusso dimostra
che i grandi proprietari terrieri non abitavano nel e campagne, che erano affidate al e cure di fattori.
Con la tarda antichità, assistiamo ad un’inversione di tendenza, rappresentata dal e immense
proprietà che hanno sostituito del tutto i centri abitati, intorno ai quali si organizza ormai il territorio,
che tornano ad essere abitate dai loro nobili proprietari: ne sono testimonianza le incredibili vil e
(come quel a di Piazza Armerina), sinonimo di questa nuova situazione economica e sociale.
ASPETTI DELLE CITTÀ DELLA SICILIA CENTRO-SETTENTRIONALE
Come detto, il flusso migratorio dei Greci verso la Sicilia si manifestò inizialmente nel a costa orientale
del a Sicilia e poco dopo in quel a meridionale. Le regioni settentrionali ed interne del ’isola erano già
da tempo occupate da popolazioni indigene, Siculi nel ’area centrale ed orientale, Sicani ed Elimi in
quel a occidentale, che si erano organizzate in centri abitati la cui fondazione risaliva spesso ad
epoche anteriori al ’arrivo dei colonizzatori el enici.
Queste città, ancora di modeste dimensioni, si fondavano sostanzialmente sull’agricoltura e
sull’al evamento del bestiame e non possedevano un tenore culturale elevato come quel o greco: ne è
una prova la quasi totale assenza di testi ed iscrizioni in lingua indigena, che fu ben presto sostituita
da quel a greca. La vita religiosa di intere aree si svolgeva davanti a santuari innalzati a divinità
indigene (Adranon, Meteres, Palici), la cui funzione tuttavia trascendeva il solo aspetto sacro. Gli
stretti rapporti che si vennero a creare ben presto tra popolazioni indigene e Greci, fondati sugli
scambi commerciali, portarono ad una rapida el enizzazione del e città in tutti gli aspetti, soprattutto
culturali e religiosi, oltre che nel a stessa struttura degli insediamenti. Cosicché, quando nel ’isola si
affermano i Romani, si può dire che non vi erano può differenze etniche tra Greci e non Greci (al
tempo di Cicerone si parla indistintamente di “Siculi”).
La maggior parte del e colonie greche erano localizzate nei pressi del mare, su piccole penisole o su
rilievi facilmente difendibili (Himera, Tyndaris, Mylae e Zankle-Messene nel ’area settentrionale;
Naxos, Katane, Leontinoi, Siracusa, Heloron in quel a orientale), contrariamente al e città indigene
che erano sorte un po’ ovunque, soprattutto nel ’interno del a Sicilia (Herbita, Engyon, Hadranon,
Kenturipa, Imachara, ecc.). Una importante città del ’interno, del resto gia fondata da popolazioni
indigene ma ben presto totalmente el enizzata, era Morgantina, sorta su un esteso pianoro
culminante in un’altra col ina isolata ed estesa su una superficie piuttosto ampia (75 ettari), il cui
impianto è probabilmente da far risalire al a rifondazione di Ducezio tra il 459 e il 449 a.C.
Le città del a Sicilia greca adottarono sin dal a fondazione, per quanto consentito dal a natura dei
luoghi, la pianta ortogonale: lo spazio del e città era suddiviso da arterie principali che si tagliavano
ad angolo retto. Si creavano così degli spazi uguali, cioè degli isolati, a loro volta suddivisi in lotti
ripartiti tra le famiglie. Ovviamente, ciò era possibile laddove il terreno, sufficientemente pianeggiante
e ampio, permetteva lo sviluppo ordinato di strade e isolati. Nel e città costruite, invece, su declivi più
o meno pronunciati – come molti insediamenti dei Nebrodi e del e Madonie e nel ’interno – le case si
disponevano su terrazze e livelli successivi; anche le strade rispettavano l’inclinazione del terreno,
trasformandosi in gradoni e scalinate.
Le città erano diverse l’una dal ’altra; tuttavia, avevano del e caratteristiche comuni. In linea generale,
quel e del mondo greco e – seppur con qualche miglioria – romano, erano piuttosto scomode, con
case assiepate e strade strette e mal pavimentate. Il sistema fognario, dove esisteva, era
rudimentale. Le strade erano in terra battuta o lastricate in pietra. Immediatamente al ’esterno del
centro abitato si estendevano le necropoli per la sepoltura dei defunti.
Il cuore del a città era l’agorà, la piazza, per lo più circondata da portici: era la sede del tribunale,
del e assemblee, del mercato e del passeggio. Ad ogni ora del giorno era piena di gente, anche
perché i popoli antichi amavano la vita al ’aperto e ricorrevano al e case soprattutto per la notte.
Le case erano piuttosto modeste e generalmente di piccole dimensioni. Il tipo più diffuso si
sviluppava intorno ad un cortile, che poteva ospitare la cisterna per l’acqua piovana. Dal a cisterna,
poi, l’acqua era portata ai servizi interni attraverso tubature d’argil a. Dal cortile prendevano luce ed
aria le stanze, poiché di solito non vi erano finestre aperte sulla strada.
L’ingresso era in genere unico; nel e case signorili dava in un vestibolo dal quale si accedeva al
cortile. Spesso la casa era su due piani: nel pianterreno si trovavano la sala per ricevere e locali
adibiti a vari usi, la cucina ed i magazzini; al piano superiore si trovavano le camere da letto. I muri
erano costruiti con legno, mattoni crudi e pietre, tenuti insieme da creta; le pareti erano imbiancate a
calce. Solo nel e case di lusso erano presenti stucchi e mosaici. Il mobilio era ridotto al ’essenziale.
Per l’il uminazione si usavano lucerne ad olio. All’esterno, sulle strade,venivano accese fiaccole.
La popolazione era per lo più concentrata entro le mura del e città. Tuttavia, nel territorio control ato
dal centro abitato, dove si svolgeva l’attività agricola che era al a base del ’economia antica, basata
sostanzialmente sul a coltivazione del a vite e del grano e sull’al evamento del bestiame, erano
disseminate abitazioni rurali, più povere e piccole del e abitazioni di città. Le fattorie di campagna
erano basse, in pietra locale, con tetto a unico o doppio spiovente ricoperto di tegole piatte.
Sull’unico piano si trovavano le stanze da letto, i magazzini per le provviste e gli ambienti per il
ricovero degli animali.
Lo spazio di terreno agricolo che si estendeva appena al di fuori del a cinta muraria del a polis
costituiva la chora. Al limite di quest’ultima una serie di siti fortificati, posti lungo le vie che
mettevano in collegamento la costa con l’interno, difendeva il territorio control ato dal a città. Il
territorio era poi costel ato da una serie di luoghi di culto dislocati anch’essi lungo le vie di
comunicazione o nel e val ate. Questi santuari rurali sorgevano normalmente in corrispondenza del e
sorgenti, a testimonianza del ’importanza che l’acqua rivestiva nel mondo antico. Si trattava di luoghi
di culto a volte molto semplici, che tuttavia potevano, in altre, assurgere al rango di santuari
paragonabili a quel i urbani.
A partire dal IV secolo a.C., in piena età el enistica, si assiste ad un intenso sviluppo urbano, che si
traduce in una maggiore ricchezza ed ampiezza degli abitati e in un maggior numero di case di lusso,
a due o anche tre piani e cortile porticato, con pareti intonacate di bianco o di rosso, con motivi o
figure e frequente uso di mosaici decorativi, per lo più concentrate nel a parte centrale del e città,
mentre le zone più esterne e più vicine al e campagne sono occupate da laboratori artigianali ed
abitazioni più modeste. In stretta connessione con il fenomeno urbano, dal a metà del IV secolo e
fino al ’epoca del a romanizzazione, si assiste ad un ripopolamento del e campagne: i territori del e
città si popolano di centinaia di case rurali e fattorie, mentre non solo le pianure, ma anche le col ine
vengono messe in coltura, con coltivazioni produttive come l’ulivo, la vite e gli alberi da frutta. Quasi
ovunque in Sicilia domina la fattoria monofamiliare insediata nel suo podere. Qui, lontano dal e città, i
defunti vengono seppel iti accanto al a casa rurale, in una dimensione che si è ora fatta più privata
che pubblica.
3. LE FONTI STORICHE E GEOGRAFICHE
Nel tentare di ricostruire la dislocazione del e città antiche del a Sicilia, ed in particolare, per ciò che ci
interessa, del a Sicilia centro-settentrionale, occorre attingere al e fonti letterarie che, più o meno
direttamente e per motivi diversi, si sono occupate di descrivere i luoghi di una regione tanto ricca
quanto lontana dai centri di potere (Roma), tentando di confrontarle con le testimonianze
archeologiche, non sempre sufficienti, da sole, a confermare l’esistenza di un centro piuttosto che di
un altro.
CICERONE - Il celebre oratore, nato ad Arpino nel 106 a.C., fu questore nel 75 a.C. in Sicilia, dove
diede prova di grande onestà nel ’amministrazione. Fu anche per questo che, nel 70, le città Siceliote
affidarono a lui il compito di accusare di concussione Verre quando questo fu per un triennio
propretore del a Sicilia, commettendo ogni sorta di soperchierie, furti e violenze.
Cicerone costituisce una del e principali fonti per la conoscenza del a Sicilia del I secolo a.C., sia per il
fatto che era stato nel ’isola quando fu questore, sia perché venne a constatare di persona gli effetti
del a politica di Verre, visitando molte del e città che menziona (almeno 48). Tuttavia, tranne in alcuni
casi, non dà indicazioni precise per la loro individuazione.
In quel ’occasione, come detto, Cicerone venne in viaggio in Sicilia per raccogliere testimonianze
contro Verre. E’ probabile che, sbarcato a Messene, percorse la costa settentrionale fino a Drepanum
(Trapani); da qui, percorse poi la costa meridionale fino a Siracusa; fece una puntata al ’interno fino
ad Enna, tornò a Catane per giungere, infine, nuovamente a Messene. Si fermò in alcuni centri per
raccogliere i documenti necessari per il processo e per sentire testimoni, quanto bastava per
convincere i giudici del a condotta iniqua di Verre e dei suoi uomini:
O Giudici… Ascolterete i lamenti degli Agrigentini, uomini nobilissimi e di grande laboriosità; verrete a
conoscenza del e sofferenze e dei torti subiti dagli abitanti di Entel a, gente del a massima perseveranza e di
considerevole operosità; saranno ricordate le ingiustizie occorse agli uomini di Heraclea, di Gela e Solunto;
Vi parlerò dei campi dei Catanesi, gente ricchissima ed a noi molto amica, devastati da Apronio; Vi renderete
conto di come le città di Tyndaris, città mobilissima, di Cephalaedium, Haluntium, Apol onia, Enguina
[Engyum], Capytium, siano state tratte in rovina da questa iniqua applicazione del e decime, di come
attualmente nulla è rimasto agli abitanti di Ina, Murgentia, Assoria, Elorum, Enna, di come le genti di Cetaria
ed Acheria, piccole città, sono state rovinate ed annientate. In breve, vedrete come tutte le terre soggette al
pagamento del e decime siano state per tre anni tributarie a Roma per un decimo dei loro prodotti, ed a
Caio Verre per tutto il resto, che al a maggior parte dei coltivatori non è rimasto nulla, che se qualcosa è
stata risparmiata o lasciata a qualcuno, fu solo quanto rimaneva di quel e proprietà dopo che l’avidità di
quel ’uomo fosse stata saziata. [Cic. Verr. 3.103]
Il resoconto di Cicerone consente di farci un’idea del a classificazione del e comunità siceliote, quanto
meno sotto l’aspetto fiscale, al ’indomani del e guerre puniche e fino al I secolo a.C., epoca in cui
l’oratore compone i suoi scritti. Secondo lo status goduto, le città erano comprese in quattro classi.
La prima classe era formata dal e città al eate di Roma (“foederatae”), privilegiate sotto l’aspetto degli
oneri ordinari (non di quel i straordinari): Messana, Tauromenium e Neetum (odierna Noto).
La seconda classe comprendeva le città che, pur non essendo garantite da un vero e proprio trattato
di al eanza, godevano tuttavia di autonomia ed immunità: Centuripa, Halaesa, Segesta, Halicyae e
Panormus.
La terza classe comprendeva le città “decumane”, che erano tenute a dare a Roma ogni anno una
decima parte dei loro proventi agricoli. L’esazione del a decima veniva appaltata nel a Sicilia stessa (si
vendeva la decima. Le città, che Cicerone nomina tutte, erano le seguenti:
Aceste, Acheria, Aetna, Agrigento, Agyrium, Amestratus, Apollonia, Assoros, Calacta, Capytium,
Catina, Cephaloedium, Cetaria (piccola città sul litorale ad ovest di Palermo), Engyum, Entel a, Gela,
Haluntium, Helorus, Henna, Heraclea, Herbita, Hybla (probabilmente quel a ai piedi del ’Etna), Ietae,
Imachara, Ina (a sud di Siracusa), Leontini, Lipara, Menae, Morgantia, Mutyca (odierna Modica),
Petra, Solus, Thermae, Tissa, Tyndaris.
La quarta classe comprendeva, infine, le città siceliote il cui territorio era ager publicus, proprietà del
popolo romano. Cicerone ne nomina solo otto: Syracusae, Lilybaeum, Drepanum, Mylae, Herbessus,
Camarina, Bidis, Echetla. A queste ne sono state aggiunte, dagli studiosi, numerose altre: Selinus,
Adranum, Triocala, Phintias (vicino Gela), Megara, Mytistratum (se diversa da Amestratus), Acrae,
Ergetium, Eryx, Hippana, Macel a, Naxus, Noae, Paropus, Symaethus, Talaria, Tyracia (o Tyrracium),
Abaceno.
ERODOTO - Storico greco nato ad Alicarnasso intorno al 484 a.C. e morto non prima del 430, forse a
Thurii. L’opera di Erodoto ci è giunta con il titolo di Historiai (Le Storie), desunto dal e prime parole
del proemio. Gli avvenimenti del racconto principale riguardano l’area del Mediterraneo e del Medio
Oriente negli ottant’anni di storia che vanno dal ’ascesa al trono di Creso e Ciro (560-559 a.C.) al a
battaglia di Micale ed al ’occupazione di Sesto (479 a.C.). Nel a sua opera si trovano diversi riferimenti
al e città del a Sicilia di quel periodo, come Zankle (Messina), Herbita, Kalé Akté, ecc.
DIODORO SICULO - Storico nato ad Agyrion, vissuto nel I secolo a.C., scrisse in greco un’opera
intitolata Biblioteca Storica composta da quaranta libri dei quali sono pervenuti completi i primi
cinque e quel i dal ’undicesimo al ventesimo, mentre per gli altri si può disporre di ampi estratti e
citazioni. La narrazione partiva dal e origini del mondo sino al a conquista del a Britannia da parte di
Cesare.
Trattano del a Sicilia la fine del IV e l’inizio del V libro, dove si trovano preziose notizie sulla Sicilia. I
cinque libri dal VI al X sono andati perduti, per cui non ci è pervenuta la descrizione di Diodoro del a
fondazione del e colonie greche nel ’isola, raccontata nel libro VIII, né la loro storia più antica fino al
principio del V secolo a.C. Di contro, sono pervenute due decadi che abbracciano l’epoca dal 480 al
302 a.C. L’epoca repubblicana del a Sicilia è trattata con relativa brevità, mentre più estesamente è
trattata quel a del a tirannide, del a quale non possediamo altro racconto più completo. I libri
successivi ci rimangono solo in estratti frammentari, che hanno molto interesse per la Sicilia, riguardo
al a I guerra punica ed al e guerre servili.
Come altri storici antici, anche Diodoro si servì di varie fonti, principalmente Eforo e Timeo, ma anche
di Tucidide e Filisto.
A parte gli autori classici fin qui menzionati, che si preoccupano sostanzialmente di esporre gli
avvenimenti che interessarono la Sicilia senza dare, tranne alcuni casi, indicazioni utili per l’esatta
individuazione dei centri abitati nei luoghi che occupavano, altre fonti sembrano, invece, dei veri e
propri atlanti e forniscono addirittura le distanze tra i vari centri o le coordinate, abbastanza
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