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Sulla dualità massetto di ricerca per ma'arìa Valeria Cimò

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massetto della ricerca di valeria cimo per la monografia Menti
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  • Name: Valeria Cimo
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Menti- Ma¼arìa



Nella poetica del progetto musicale “Maʼarìa” brilla la melodia della rivoluzione individuale
perché credo sia identica a quella universale.
Primitivamente magici nel dialetto, alchemicamente dotti, i Maʼarìa propongono il tema della
scissione Ragione/Emozione come la forma di dualità più invalidante. La constatazione
nasce dallʼosservazione della vita in consapevolezza poiché essere partecipi alla propria
vita, significa “fare politica”.
Le spaccature emerse, colonizzate dal virus del dualismo, investono la religione, la cultura,
la sessualità.
La religione, manipola le menti per tenerle lontane dalle loro più profonde emozioni poichè
crede nellʼesistenza di un diavolo separatore e persecutore: infligge la paura di/per noi stessi
e dell'oscuro in genere.
La cultura, lʼuomo occidentale è un uomo incapace di dire no in coscienza (la coscienza
unisce ragione ed emozione) in quanto il più delle volte risponde per sottomissione ad una
regola o ad una gerarchia. Questo lo fa anche incline a prendersi ciò che non gli appartiene,
a lasciarsi sommergere dai rifiuti e dal superfluo, ad abituarsi alla guerra, a “lottare” le
malattie invece di curarle.
La sessualitàʼ, è troppo speso praticata da una ragione scissa dallʼemotività che troppo
spesso scambia il desiderio con il possesso.



Potremmo dire che la risoluzione della dualità Ragione/Emozione, come di quella Vita/Morte,
avviene nellʼessere integro, fusione di spirito e materia, di femminilità e mascolinità, come in
un processo alchemico in cui lʼunione delle parti è più che la loro somma.Tale alchimia
avviene senza soluzione di continuità tra gli opposti nellʼuomo che “vede” in amore. La
parola Amore, del resto, viene da A-mors, senza morte.
La monografia “Menti” è unʼincitazione a tale integrità, come percorso di non lotta dei nostri
vizi e delle nostre debolezze col fine di avverare un desiderio: percepire noi stessi per quel
che realmente siamo. “Menti” vuole liberare dalla repressione e dal giudizio inferto alla
nostra parte oscura, poichè e così aggettivata solo perchè sconosciuta.

Il “male” vuole essere trasceso non occultato, lottato. Il “drago cattivo” scompare quando
smettiamo di lottarlo, allora vedremo dalla groppa del suo volo. Vedremo la bellezza del
drago e di quel che ci ha insegnato. Chi nega e reprime il male fa lo stesso errore di chi
persegue il male. Nessuno dei due è più della somma delle sue parti.
Il “male” accolto e riconosciuto come materia utile allʼamore per il processo di trasformazione
in atto, attenua la sofferenza data dallʼoscillazione continua tra gli opposti che ci siamo inflitti.
Trasformato tutto il “male” della nostra persona attuale e passata, liberiamo noi e gli altri. Ci
accorgiamo che abbiamo giudicato lʼaltro solo per paura di giudicare noi stessi poiché
questo ci costringerebbe ad abbandonare certe regole. Non voglio alludere ad un uso
deliberato del “male”, o alla legittimazione di ogni porcheria, poichè questo aspetto esiste
solo negli individui incapaci di discernimento. Alludo ad un senso di responsabilità più

ampia, che ci mette nelle condizioni di estinguere i circoli viziosi, come quelli per cui le colpe
o le verità taciute dai padri ricadono sui figli, come quelli dove è difficile vedere e sentire.
Qualcuno mi ha domandato per questo se aspirassi alla perfezione. Non ritengo che la
risoluzione della dualità significhi perfezione, significherebbe stasi e quindi stagnazione, e
nemmeno purezza, in quanto tutti noi vuoi perché indotti vuoi perché sedotti abbiamo avuto
la debolezza di sconfinare in qualche lato oscuro trasformandolo col tempo in un
insegnamento.
Intendo la risoluzione della dualità come capacità di mantenere un equilibrio nel
cambiamento, unʼ integrità nel cambiamento, poiché il cambiamento è dinamica vitale per
lʼintelligenza, lʼevoluzione la vita tutta. Se questo è perfezione poi non so.
Intendo la soluzione della dualità come mantenimento dellʼintegrità in senso olistico. Non
come una cellula perfetta ma come una cellula differenziata, sana, diversa tra le altre cellule,
partecipe a sé come conseguentemente al tutto.
Credo che la più grande sfida di alcuni scultori che hanno lavorato sul moto, come avvenne
nella scultura ellenistica, era proprio quella di fissare lʼequilibrio nel cambiamento.Mantenere
lʼequilibrio nel cambiamento del moto cosmico è il dono spontaneo che riceviamo alla
nascita perché quel moto cosmico siamo noi. Esercitarlo, significa consapevolizzare la
necessità vitale di armonia del mondo che noi stessi siamo. Le nostre cellule lo sanno bene.
Anche la finalità stessa dellʼarte non è ambizione di perfezione quanto ripristino dellʼintegrità:
la vera arte tende a sintesi e quindi creare per integrazione, proprio come una coppia che fa
un figlio, lʼarte però concepisce sul campo dellʼastrazione del non visibile.















Scienza e religione


Lʼodierna scissione occidentale mente-cuore, razionalità emotività, corpo-spirito è
indubbiamente il frutto di secoli di fraintendimenti tra scienza e chiesa. Da Cartesio in poi, la
chiesa gestì lo spirito e lasciò la materia alla scienza, e da allora queste due parti “non parti”
dellʼuomo non dialogarono mai più. Un uomo creato dalla polvere, peccaminoso, incapace di
gestire il libero arbitrio furono considerazioni molto utili al potere per assoggettare i molti ad
una gerarchia che partorì questa e molte altre ingiustizie. Tra le cause lʼindissolubile legame
che ebbe con lʼeconomia con politica; e, quindi, la paura di perdere privilegi. Non dovremmo
mai dimenticare di considerare in origine la generazione di certe entità sociali e le
conseguenti dinamiche interne a tali istituzioni, come quella che vide la gestione del surplus
produttivo, fin dallʼorigine delle comunità neolitiche avanzate, affidata ai sacerdoti.
Ma non mancarono i rivoluzionari, forse tra i tanti, quelli che non lasciarono che gli si
cacciasse lʼanima dal corpo e considerarono lʼessere una prerogativa implicita al fare, e la
verità come il frutto della mente che evolve e che vuole comprendere gli errori degli avi.
Copernico non fu il primo, per esattezza fu Aristarco di Samo. Poi Giordano Bruno, ancora
attuale se pensiamo che postulò una sorta di animismo, di riconoscimento spirituale della
natura, lo stesso riconoscimento che impregna le civiltà più antiche come quella africana, lo
stesso di cui oggi avremmo bisogno per salvare la terra, lo stesso che lo condannò al rogo.
E poi Galileo che pur dovendo rinnegare lʼeliocentrismo, bofonchiò la celebre frase alla fine
del processo che riferiva alla terra “ eppur si muove”.
La chiesa e la religione ufficiale erano tuttʼaltro che protettrici di una spiritualità sana, come
se la parola ricerca fosse un demone da opprimere. In questo senso trovo molte similitudini
tra la chiesa di allora e il governo italiano che oggi ha per di più perso unʼapparenza
ideologica leggittimando una aperta politica dellʼopportunismo, considerato come giusto iter
tra individui e come norma corrente. Lʼopportunismo, è la parola chiave di tutte le lobby
mafiose o massoniche basate sul voto di scambio, il favore, la ricattabilità, il potere, lo
status, tutte cose che non rendono lʼuomo libero e cosciente del suo individuale potere e
quindi cose “a-religiose”. Insomma è cambiato il nome ma non la sostanza.

Credo che la Ricerca sia lʼanelito spirituale (e quindi corporale) più importante di ogni uomo,
tutte le nostre vite sono una continua ricerca di unità psicofisica col fine di migliorare le
specie (non la specie). Allora come oggi, deprezzare e disprezzare chi alla ricerca nei vari
campi del sapere si dedica, i liberi pensatori, gli attori secondo coscienza e conoscenza,
potrebbe mutarsi in una strategia più o meno consapevole atta ad abolire la tensione
implicita alla vita. Non è una esagerazione.
La ricerca si fa possibile in uno stato di bassa aggressività del mondo esterno, il quale
smette di essere il luogo stressante dove si caccia il cibo per la sola sopravvivenza.
Caratteristica, questa, che invece ha lʼItalia, dove “lʼorda” lavora non certo per soddisfare le
proprie inclinazioni, quanto per il boccone (quanti italiani esercitano il lavoro che hanno
sognato?). È ad uno stato di sopravvivenza che vogliono ridurre soprattutto chi genera e

produce cultura, quella che essendo coerente alla propria inclinazione è espressione di
diversità nellʼuno, e per questo diviene implicitamente servizio allʼumanità.
Dove è il solare? Dove è la tecnologia a servizio di chi coltiva la terra? Dove nascondono le
avanguardie sulle malattie degenerative? Cosa hanno da raccontare i fisici sul pensiero?
Dovʼè lʼeconomia integrata al territorio? Dove è la religione che rende liberi gli spiriti? Dove è
la bellezza nelle nostre città? Sembra che tutto voglia convergere in una condizione di
paura, ignoranza e soprattutto dipendenza, e come si sfrutta una dipendenza? Tenendoci
lontani dalla nostra natura.
Ma continuiamo con i rivoluzionari: Fu Darwin a cominciare a riconciliare la tensione tra la
miglioria implicita allo spirito che sceglie di abitare un corpo e la sua materialità retrocedendo
addirittura al brodo primordiale, cosa che inferse un duro colpo allʼantropocentrismo in
genere. Poi fu S.Freud a ricollocare inconscio ed emotività nel giusto luogo nella danza della
vita. Poi ci fu Einstein, che diede congruenza tra energia e materia, ma che stentava ancora
a credere che ci fosse qualcosa che andasse oltre la velocità della luce, e infine ci fu il
principio di indeterminazione di Heisenberg, (a quanto pare già scoperto da Ipazia nel III sec
d.c., ricercatrice uccisa dai padri della chiesa come figlia del demonio) principio che rivela
una natura non puramente corpuscolare ma anche ondulatoria delle particelle, che tra
religione e scienza cominciò a rinsaldarsi qualcosa: la scienza esce dal meccanicismo e dal
materialismo ottocentesco.
Ma la religione non esce dal suo assoluto spiritualismo gerarchico. Non rinuncia al volere di
mantenere certe egemonie, non rinuncia allʼantropocentrismo che ci abilita a moltiplicarci a
dismisura, non rinuncia a manipolare la sessualità della donna a fini riproduttivi, continua ad
educare i suoi proseliti alla dipendenza narcotizzante delle sue messe anziché allʼidea di una
rivoluzione individuale libera e collettiva, e di questo ancora si spiacciono molti pensatori che
avevano profetizzato la caduta della chiesa in un secolo circa.
Andando oltre certe rabbie per un Papa che gira il mondo come fosse un grande evento o
unʼ emergenza, cercando di considerare la religione come un fare spirituale e libero, fuori da
ogni possibile gerarchia, molti saranno concordi nellʼaffermare che oggi lʼavanguardia che
unisce religione e scienza è sicuramente la scienza della vibrazione e del suono. Potremmo
immaginare i musicisti una specie di futuri monaci/che, e la preghiera la musica stessa con i
suoi silenzi; qualcuno che somigli agli sciamani di certe popolazioni aborigene e potremmo
immaginare i nostri teatri i nostri futuri templi. Perché no. Una religione dellʼascolto e del
sentire. Senza intercessione alcuna.
Tutto ciò che è massa è energia, l'energia è vibrazione, la vibrazione è suono, ed esistono
frequenze che l'orecchio umano ancora non ode. Il suono che percepiamo è l'essenza più
vicina al non visibile, all'etereo…e chissà che non ci sia altro ancora.
Credo che coltivare il suono dentro e fuori di noi significa inoltre coltivare il silenzio da cui il
suono emerge. La qualità del silenzio determina la qualità di questo suono come è la qualità
del nostro rapporto con lʼinvisibile. Eʼ un movimento di espansione (silenzio) e contrazione
(suono) che caratterizza il nostro universo. La stessa dinamica è osservata a livello eterico,
del resto, e lʼetere va oltre il suono. Lʼuniverso intero è nato dalla compressione di etere
stabile (probabilmente quello che la scienza chiama materia oscura) in etere compresso (la

materia come noi la percepiamo), con lʼunico “scopo”di esperire i due stadi come uno , e
restituirsi informazioni utili per procedere evoluzionisticamente.
Coltivare il suono nel suo versante invisibile eppur legato al corpo, nel suo versante limitrofo
alla caratteristica eterea e vibrazionale di tutto il creato, potrebbe essere una via d'uscita da
una cultura ancora troppo positivista, attaccata alla materia nella sua accezione di possesso.
Imparando a cantare, mi sono resa conto che Il suono è una sostanza che dobbiamo sapere
abbandonare, esattamente come dovremmo imparare a morire. Cantare mi ha aiutato a
ridimensionare la paura della morte e ad imparare a morire in vita. Un volta abbandonato, il
suono torna con la sua irrepetibilità, sconcertantemente nel qui e ora, proprio come nasce
lʼuomo libero. Libero di entrare in risonanza in modo unico con l'intero creato.

Questa, credo sia stata la grande intuizione della musicoterapia: sentire profondamente un
suono significa risolvere i nostri blocchi corporali ed emotivi.
Un suono può curare, e questo lo sapevano bene i nativi di tutto il mondo.
Il suono cura perchè in qualche maniera colloca le verità dell'individuo alla loro "altezza",
consentendogli di risuonare con le verità a lui simili.
Un suono è verità perchè si trasforma, ed è la cosa più importante da intendere per una
società soffocata dai rifiuti e che inorridisce ad affrontare una fisiologica decrescita come se
la decrescita non fosse anchʼessa trasformazione utile. Il pianeta soffre e la preoccupazione
monomaniacale degli occidentali è la crescita, lʼincremento esponenziale, il P.I.L. Ma questo
non è verità. È una menzogna imbastita dalle oligarchie che hanno trovato la maniera di
occupare le nostre menti.


Le avanguardie quindi ci informano di come la vibrazione è una gradazione nella quiete del
corpo solido. Il corpo è manifestazione dello spirito. Lo spirito è una manifestazione del
corpo. Il corpo e lo spirito (o vibrazione) sono la stessa cosa.
Il futuro è nello spirito che è il corpo, e quindi nella rivalutazione e unificazione di tutte le
false dualità . Il futuro allora è nella naturale androginia dellʼuomo e della donna, nella fine
della guerra tra opposti,nellʼabbattimento della paura della morte, nel rispetto della terra.
Una Rivoluzione.











Dualità e malattia


Il sistema duale o bifasico è quello tipico della malattia. Cosʼ è la malattia se non una perdita
di equilibrio nel moto vitale? Me ne occupai durante gli anni in cui mia madre ebbe un cancro
cui guarì.
Lʼesperienza del cancro di mia madre mi ha aperto gli occhi su una quantità incredibile di
ricercatori liberi che ritenendo la malattia come un tentativo sano dellʼorganismo di ricondursi
ad uno stato di equilibrio e che individuano nel mantenimento dello stato di equilibrio la
risoluzione di tutte le malattie . Questo “stato” molto somiglia alla centratura tanto predicata
dalle pratiche meditative (e per meditazione non sʼintende solo stare su un cuscino per ore a
gambe incrociate ma un atto di attenzione in senso ampio) che una la medicina sana
chiamerebbe prevenzione.
Ricordiamo che già la medicina antica (da Ippocrate a Galeno) ravvisava sul ruolo del
medico che non è quello di curare la malattia ma quello di dare strumenti al sano per non
cadervi. Lo stesso cancro per molti di loro, da Hamer a Pantellini, a Puccio a Zora è dato da
uno squilibrio delle pompe sodio-potassio calcio-magnesio esistenti nelle cellule e
fondamentali per un corretto scambio di informazioni tra Dna, Rna .Tale squilibrio determina
un inacidimento tissutale la cui causa originaria è spesso una trauma psicologico , non un
impazzimento delle cellule. “Dire che la cellula (microcosmo) sia impazzita significa tacciare
lʼindividuo (macrocosmo) a cui questa cellula appartiene della stessa pazzia. Ma chi ha un
conflitto psicologico non è pazzo, sta solo utilizzando il conflitto come mezzo di risoluzione.
Sta utilizzando un sistema bifasico in cui la malattia è già il momento di guarigione del
conflitto, “come un pompiere che viene a spegnere un incendio” (Hamer).
Se la malattia si risolve ripristinando un equilibrio, che a mio parere è sempre un centro di
consapevolezza e quindi di amore per se stessi e indirettamente per gli altri, significa che hai
lavorato sulla risoluzione di una dualità e accettato il paradosso di abbandonarsi con
coscienza al flusso della vita: non “mi affido ai medici” nèʼ “faccio tutto da solo”.
Tutto il nostro sistema appare duale: il nostro corpo è destra e sinistra, ad esempio. Ma i
neurologi dicono che quando il lobo destro del cervello è in consonanza col sinistro le nostre
capacità psicofisiche accedono altrove. La responsabilità dellʼindividuo di mantenere il
centro nella fluttuazione di schemi duali, è trattata dalla scienza neurologica nello studio
delle corrispondenze tra lobi cerebrali. Infatti le particolari condizioni di benessere di un
individuo centrato si riscontrano nel suo cervello dove produce una spettacolare serie di
onde cerebrali armoniche con un perfetto sincronismo fra i due emisferi. Questo stato, che
dicono sia solo dei guaritori, ci consente di entrare in relazione con qualcuno, biorisuonando
con lui, come fossimo diapason messi uni accanto agli altri, ecco che diventiamo relativi
allʼuno come al tutto.



La fisica quantistica dice poi che lʼosservatore condiziona lʼosservato, poiché si è dimostrato
che il ricercatore può determinare la riuscita o il fallimento dellʼesperimento: ecco, guariamo,
superando la separazione e la dualità.
La malattia è la manifestazione di un sistema bipolare ma ci ostiniamo ad usare farmaci che
la reprimono perché inorridiamo di fronte al “male”invece di accettarlo e trasformarlo.
La scissione, lʼopposizione per contrasto, il dominio di un aspetto solo della nostra
complessità, sono sempre cadute culturali che portano allʼinasprirsi dei nostri lati oscuri, al
cristallizzarsi della vibrazione, alla perdita di bellezza e poesia.
Attualmente assistiamo alla predominanza di un pensiero analitico che per quanto efficace
nella realizzazione tecnologica va a svantaggiare il pensiero analogico, intuitivo, spirituale e
creativo, che è proprio quello capace di trasformare il nostro aspetto oscuro.
Il mio quoziente intuitivo mi lascia intravedere il tentativo della specie di sopperire e
superare certe improprietà nelle nostre azioni che così si rivelano perché impropri sono gli
organi di cui disponiamo per lʼespletamento di azioni unitarie, spirituali, oltre il conflitto.
Chissà.

Analogica è sicuramente la filosofia di Steiner, analogico il pensiero popolare delle donne
guaritrici, dei pellerossa, che arrivano per somiglianza ad accostare le caratteristiche della
terra a quelle degli organi del corpo umano: mi si diceva da bambina: -le noci fanno bene al
cervello!-
Ed effettivamente, dopo qualche anno, ne vidi la meravigliosa somiglianza in un sussidiario
di scienze.
E da lì lʼintuizione più tarda che le nostre dualità siano in qualche modo derivate in senso
più fisico dalla struttura stessa del nostro cervello: i lobi destro e sinistro, lʼuno
rispettivamente addetto alle onda alfa (quelle della meditazione nel fare, dellʼintuizione della
memoria emozionale); e lʼaltro il sinistro alle onde beta (quelle del pensiero sequenziale ed
analitico) pare non comunichino e scambino con sufficiente completezza le informazioni.

Credo che il buon camino verso il completamento comunicativo di questi due aspetti sia
destrutturare lʼidea che il centro del nostro sé sia unicamente la testa ma che il cervello
debba sintonizzarsi al cuore come centro di respiro e propulsione ritmica purificatrice, il
cuore che è il simbolo antico di saggezza, del femminino.
Ci aiuterebbe certo vivere circondati di architetture che rispecchino questa volontà,
privilegiando il cerchio al quadrato. Ci aiuterebbe a risolvere molte dualità nei nostri campi
aurici personali come terrestri.
La degenerazione dellʼanalitico si scorge poi nella medicina tradizionale riduzionista (scinde
la malattia dal suo contesto e motivazione più vasto) che ha accettato terapie criminali come
la chemio, cosa probabilmente accaduta per lʼaltrettanto criminale dipendenza dalle case
farmaceutiche (le uniche a compiere ricerca sulle prossime bombe atomiche da sganciare
sul corpo umano, cosa che non stupisce visto che qualcuna di loro ha realizzato molte delle
sue sperimentazioni sui corpi dei deportati nei campi di concentramento nazisti). Case
farmaceutiche che molti soldi hanno poiché il corpo umano è per loro un mercato finanziario,
e che per questo hanno lʼinteresse di creare sempre nuove malattie, fomentare la
dipendenza dal farmaco, mantenere nellʼignoranza.

Questa maniera duale o bifasica di pensare e agire che ci proviene dallʼantichissimo
pregiudizio scientifico in cui la vita nasce dalla necessità di risolvere un conflitto, cioè, il
corpo umano, dalla cellula primordiale che è stato, alla sua attuale struttura, è il frutto di una
costante soluzione di conflitti. Ma questa convinzione fomenta la necessità di tenere in vita
il conflitto come se il conflitto stesso sia fonte di vita. Perché non provare a sostituire questa
visione di costante pericolo, generatore di paure e quindi di nuovo pericolo con la naturale
osservazione che la natura anche nei momenti di “crisi” è un sistema tendente allʼarmonia?
Sapere che è la nostra naturale direzione non aiuta forse a mantenerla?
La vita può perseverare e sopravvivere nel conflitto, certamente, ma nella consapevolezza di
essere individui armonici (in quanto siamo vibrazione e suono) cresce in bellezza e con
minor dispendio di energie. Ecco la missione dellʼarte, far crescere in, con , su, per, tra , fra
la bellezza.





















Dualità e politica


Le premesse fatte sul tema della malattia ben si coniugano con lʼaffare dello “Stato nello
Stato”, che avalla sfruttamento e ignoranza, come con consuetudine ama tenere tutto ciò
che vuole diventare cultura e tendere a verità nel nostro paese: è più importante mantenere
lo stipendio dei politici, non fare politica; è lʼeconomia che fa la politica non la politica che fa
lʼeconomia. Il bipolarismo politico si fonda sul divide et impera. Si tratta solo di stabilire il
turno di chi vuole imperare per pochi o per i poco più.
Basta che alcuni si schierano con, altri contro e così tutti favoriscono il gioco del potere.
La politica è un perverso gioco di ruoli in cui ognuno recita il ruolo del giusto (e non senza
convinzione! Anche di fronte le più palesi irregolarità!) e del migliore. La politica è il luogo
dove si usa lʼavversario per poter esistere.Un composto saprofita. In altre parole la destra
non esisterebbe senza la sinistra e viceversa, e a noi restano le briciole tra gli spalti di una
partita, se tutto va bene; oppure rimaniamo gabbati da nascosti accordi interni, dove le
opposizioni recitano solo una parte perché non cʼè uni-verso.

Ciò di cui non ci accorgiamo diventando asserviti allo schema duale è che giudicare una o
lʼaltra parte significa conferirle maggiore forza. Ma essere privi di giudizio non significa
essere privi di pensiero critico. Semplicemente dovremmo fare distinzione tra giudizio e
discernimento. Il discernimento viene dallʼintegrazione delle parti del sé, il giudizio dal loro
rifiuto. Il discernimento è frutto del giudizio che diamo alla nostra persona , prima di ogni
altra. Il giudizio di noi stessi o meglio il discernimento delle nostre “parti” è la migliore
partecipazione attiva, politica e sincronica al nostro stesso giudizio, che possiamo offrire al
mondo perché non può che tradursi in azione consapevole.
Sembrerà follia ma, per lo stesso rapporto micro-macro cui accennavo prima, cioè che è la
paura che genera malattia, che è la paura che genera la lotta, che è la paura della malattia
che ci fa combattere la malattia, abbiamo paura tanto da combattere le guerre nel mondo.
Vi è una analogia tra le guerre e le armi che vogliono sconfiggere ciò che è fuori, altro da
noi, e lʼuso dei farmaci come strumenti di salute da cui dipendere per sconfiggere qualcosa
dentro di noi , che invece fa parte di noi in entrambi i casi.
Questo è un concetto che hanno molto chiaro gli “spiritualisti” poichè hanno la
consapevolezza di essere uno e appartenere allʼuno, concetto travisato e tacciato di
individualismo. Fortunatamente la scienza odierna con i suoi frattali, la corrispondenza tra
materia ed energia, la visione olografica, ribaltano questo pregiudizio dando vigore
allʼespressione individuale come manifestazione del tutto e serva del tutto, dove la
sottomissione diventa uno stato inutile allʼevoluzione spirituale di tutta lʼumanità in quanto
sintomo di inconsapevolezza, e la sottomissione è stato sempre un atto politico sia quando
ha assunto i toni di certe raccomandazioni non richieste (la famiglia), o di preoccupazioni
falsamente amorevoli e quindi nate da ignoranza (lo stato), o di una certa rassegnazione che
si traveste di accettazione in odore di santità (la chiesa).

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