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Tuman di Stefano di Stasio dalla raccolta Del seme più forte

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Racconto Tuman dalla raccolta Del seme più forte di Stefano di Stasio
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TUMAN

Tuman. Nebbia. Stava appollaiato su un abete rosso della foresta. Era l'alba di un giorno freddo. Dall'alto poteva
vedere i fasci di luce obliqua che diffondevano fra i banchi di minuscole goccioline sospese a mezz'aria. Abbagliavano
la vista. Sua madre l'aveva chiamato Tuman perche quando si erano aperti i suoi occhi a un mese dalla nascita era
rimasta colpita da un velo sottile biancastro che copriva l'iride a losanga di colore celeste. Adesso, intorno a lui, il bosco
ancora taceva avvolto dall'ovatta.
L'autunno volgeva al termine, presto sarebbe caduta la neve. In lontananza udi dei suoni bassi. Provenivano dalla terra.
Erano i daini che cominciavano a brucare l'erba delle radure. Era l'ora di cominciare la caccia. Salto giu dall'abete, per
un attimo sembro volteggiare nell'aria e rimanere sospeso sullo strato di nebbia. L'impatto col terreno non produsse
nessun rumore percepibile. Comincio a attraversare la foresta in direzione della preda. Le orecchie si muovevano
girando a semicerchio. Stava in guardia per i cercatori di funghi. Spesso portavano con se il fucile. Tuman procedette
guardingo evitando le piste battute e i terreni non coperti di alberi. Arrivo in prossimita della radura. Di la dalla nebbia,
coperto dai cespugli, scorse quattro piccoli daini, un maschio e tre femmine. Strappavano l'erba a piccoli morsi. Studio
il terreno e scelse la preda, la femmina piu giovane. Muovendo le sue zampe larghe e coperte di pelo descrisse un
movimento a forma di elle per raggiungere l'albero al confine settentrionale della radura. Dopo aver brucato l'erba i
daini si sarebbero spostati in cerca di acqua. Tuman sapeva che a nord, dietro quella collina a forma di panettone, c'era
una sorgente. Anche i daini lo sapevano. Con un balzo fulmineo raggiunse i primi rami del grosso ippocastano. Scelse il
ramo piu sporgente. Lo percorse quasi fino all'estremita. Si accovaccio e attese. I daini terminarono il pasto. Il maschio
ebbe qualche esitazione, poi si mise in marcia verso la sorgente. Non c'era niente da temere. Il sole stava diradando
velocemente la nebbia. I daini potevano vedere lontano. Sfilarono ai margini della radura mentre le residue gocce
d'acqua nell'aria facevano una specie di aura attorno alle loro sagome. Come un fulmine Tuman si lancio dal ramo sulla
preda. L'addento al collo con i lunghi canini. Il teatro della natura officiava una scena grandiosa di vita e di morte. Le
sagome scure dei contendenti si stagliavano nette nello splendore della luce diffusa dai raggi del sole nascente. Per il
giovane daino non ci fu il tempo di reagire. Il cacciatore era venuto dall'alto, al di sopra degli strati di nebbia, dove mai
un daino avrebbe annusato l'aria per avvertire il pericolo. Gli altri daini fuggirono via. Per Tuman questa era solo la
prima parte del suo lavoro. Dopo aver finito la preda, doveva scegliere un posto per nasconderla. Sarebbe tornato a
sfamarsi ogni giorno, con calma. Trascino il daino per un centinaio di metri. C'erano tre betulle che si intrecciavano
vicino a una piccola scarpata. Quello era il posto buono per fare da dispensa. Facendo forza sui suoi possenti arti
posteriori, il cacciatore prima balzo, poi con i denti sollevo e tiro. Poi di nuovo, salto e di nuovo tiro per raggiungere
quella specie di piattaforma naturale. Era soddisfatto, sistemo il daino ben fermo. Fece colazione con la carne di un
cosciotto. Si riposo. Aspetto finche il sole si fece troppo caldo per lui. Allora strappo delle frasche dagli alberi e copri
con estrema accuratezza la preda. Sarebbe tornato la notte successiva.
Un balzo e spari nella zona d'ombra della macchia.

Trascorse il giorno. Il sole cadde con enfasi dietro la collina a ovest, quella a forma di pino. Dalla direzione opposta del
cielo comparve, sbiadito, uno spicchio di luna. Tuman aveva passato il giorno a sonnecchiare. Fra i canti degli uccelli
che cercano compagnia prima di dormire, l'oscurita calo lentamente sulla foresta e sui suoi abitanti, facendo svanire
piano piano i contorni degli arbusti e dei tronchi. Si avvicinava l'ora di rimettersi in movimento. I suoi occhi vedevano
meglio al buio.
Si lecco la pelliccia. Annuso l'aria. Drizzo le orecchie con i ciuffi e si mise in marcia, camminando sul nulla, senza
rumore. Inaspettato senti l'odore della femmina. Si chiese chi fosse, nel suo territorio ce n'erano molte. Incuriosito
segui la scia che lasciava quell'inconfondibile estro. La raggiunse. Entrambi emisero gravi miagolii. Si chiamava Ira.
Non l'aveva mai vista. Era molto bella. Aveva da poco lasciato i due figli. Quando erano loro cresciuti i canini dopo
dieci mesi dal parto, aveva loro insegnato a cacciare. Poi era andata via, era tempo di accoppiarsi di nuovo.
La notte avvolse la foresta. Si udivano, ogni tanto, animali notturni. Rapaci. Fra ringhi sommessi, si accese l'amore di
Tuman e Ira. Trascorse cosi il tempo fino all'alba.
La bruma ancora calava sul bosco. Non tanto fitta come i giorni precedenti. Gli amanti ebbero fame. Si mossero dal loro
giaciglio. Tuman voleva condurre Ira alla sua dispensa sugli alberi di betulla. Attraversarono la radura e si diressero
verso la collina la dove c'era la scarpata. Quella mattina non incontrarono nessun daino. Anche il corvo, che di solito
volteggiava in cerca di cibo, non c'era. Salirono sulle betulle. Tuman scosto le frasche che aveva disposto per
nascondere il daino e offri a Ira la sua cacciagione. D'un tratto pero avverti uno strano odore, aspro e penetrante, non
era di un animale del bosco. Ma era tardi. D'improvviso una rete calo dall'alto e li intrappolo. Cominciarono a dibattersi
emettendo grida acute. Di piu la rete avvinghio la sua preda. Quando il sole fu piu alto avvertirono da lontano l'abbaiare
dei cani. Di li a poco poterono vedere degli uomini con la divisa grigio chiara che si arrampicarono sulla collina. Erano
le guardie forestali incaricate di sorvegliare quella regione vicina al confine fra cinque stati, dove le foreste dei Carpazi
sono piu fitte. Tuman e Ira guardarono con ostilita le guardie che esprimevano la loro soddisfazione. Poi furono fatti
entrare in grosse scatole di legno che furono trasportate a spalla fino alla strada. La puzza dell'aria era per loro
insopportabile. Come facevano quelle persone a non sentire quegli odori nauseabondi e a continuare a far finta di nulla?
Le gabbie di legno furono issate su un vecchio camion. Dopo un giorno di viaggio su strade sgangherate arrivarono in
un paese dove l'aria era piu sopportabile. Era fra le colline e la foresta. L'aria aveva un odore salmastro. Truskavetz. Il
villaggio del sale. Tuman e Ira non sapevano che era un centro rinomato da secoli per le cure termali. Cosi come non
sapevano che c'erano una mezza dozzina di palazzoni dove si praticavano cure di ogni tipo che erano chiamati
"sanatori". In ogni sanatorio potevano alloggiare fino a mille persone. Era un posto di vacanza premio per i lavoratori di
tutta la ex Unione Sovietica. Man mano che il camion procedeva nel villaggio osservarono dei grossi edifici bigi a
cinque o a nove piani. Fra di essi scappavano e giocavano folle di bambini. L'autista del camion si fermo a comprare le
sigarette. Scambio qualche parola con i passanti mentre fumava, soddisfatto del viaggio appena concluso. In men che
non si dica il camion fu preso d'assalto dai bambini che cercavano di vedere fra le fessure delle scatole di legno. Poi il
camion riparti e si fermo davanti a un grosso sanatorio. Venne un uomo in camice bianco con due grosse siringhe in

mano. Prima Tuman poi Ira. Furono addormentati. Si risvegliarono dopo un tempo indefinibile. Il sole che tramontava
sulle colline gettava intorno a loro un'ombra lunga fatta a piccoli quadri.
Erano stati sistemati in una grossa gabbia nel parco del sanatorio "Carpazi". All'interno erano stati disposti degli alberi
scheletriti e una tana finta. Tuman comincio a esplorare l'ambiente. Non c'erano vie di fuga. La rete era solida. Sul tetto
era stata saldata una tettoia. Alla gabbia si accedeva attraverso una cabina fatta di rete di ferro con una doppia porta.
All'esterno c'era una prima porta per entrare all'interno del gabbiotto. Da qui si apriva una seconda porta che dava
all'interno della loro prigione. Le porte erano serrate. Niente da fare.
Per tutta la serata Tuman e Ira si accoccolarono sullo scheletro di pianta e dovettero sopportare i flash dei visitatori.
"Ris. Lynx lynx carpathicus. Lince dei Carpazi. Si stima che siano presenti 2800 esemplari su uno spazio compreso fra
Ucraina, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania." Era scritto in bella mostra su un cartello davanti alla
gabbia.
Ogni tanto Tuman leccava sul muso la compagna, sui ciuffi di peli ai lati del viso. Cercava di consolarla.
L'indomani conobbero i loro guardiani. Uno era una donna, si chiamava Orissa. L'altro era un uomo, Stepan.
Orissa e Stepan erano molto diversi. Tanto odiosa e precisa la prima, quanto simpatico e approssimativo il secondo.
Forse era l'alcol che l'uomo beveva in continuazione. Portavano dei pezzi di carne quasi putrida. La donna si
introduceva attraverso la porta esterna all'interno della cabina di transito. Poi Stepan chiudeva la porta esterna e Orissa
apriva quella interna dalla quale si accedeva all'interno della prigione. Tuman rizzo i ciuffi di pelo sulle sue orecchie e
con calma studio il da farsi.
Venne la mattina del terzo giorno. Cominciava a nevicare. Da lontano Tuman osservo Orissa e Stepan avvicinarsi alla
gabbia. L`uomo era visibilmente ubriaco, questa volta aveva esagerato con la vodka. La sua collega se ne rendeva conto
e ogni tanto lo apostrofava "Pizno, Stiupka! Pospisciai !" cioe "E tardi, Stepan! Sbrigati!" Orissa entro nel gabbiotto.
Tuman era arrampicato sul tetto, poteva osservare bene la scena. Stepan, barcollando, non aveva richiuso la porta
esterna, ma la donna non se ne era resa conto, indossava uno spesso copricapo di lana grezza. Orissa apri la porta
interna e accedette all'interno della gabbia, sporgendosi fuori dalla porta della cabina di transito. Fu un attimo. Tuman si
avvento dall'alto sul collo della donna emettendo urla furibonde. Ira approfittando della situazione sgattaiolo a lato della
donna, spinse la porta esterna semiaperta mandando a gambe all'aria Stepan. Poi si fermo per aspettare Tuman. Ma
Orissa era esperta. Con un forcone in mano respinse Tuman all'interno della gabbia e chiuse la porta fatta di rete
metallica. Tuman guardo Ira. In un attimo i suoi occhi furono eloquenti come mille parole. Va' Ira, Va'. Possa lo spirito
della foresta accompagnarti nel tuo viaggio. Va', scappa di la dalle colline. Porta la mia carne, i cuccioli che partorirai
la dove ci siamo conosciuti. Dove l'acqua scorre e volteggia il falco, dove regna il silenzio e l'aria profuma di muschio.
Abbi cura dei miei figli.

Tratto dalla raccolta "Del seme piu forte" Racconti per Immagine, Lampi di Stampa
(c) Stefano di Stasio 2011

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